Insicurezza. Impariamo ad amare noi stessi

INSICUREZZA. IMPARIAMO AD AMARE NOI STESSI

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

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Impara a piacere a te stesso. Quello che pensi tu di te stesso è molto più importante di quello che gli altri pensano di te.
(Anonimo)

Non mi piaccio, ho paura di prendere una scelta sbagliata, gli altri sono migliori di me, non valgo nulla. Queste sono alcune delle frasi che ci diciamo quando ci sentiamo insicuri.

L’insicurezza può essere definita come una sensazione di inadeguatezza, di non sentirsi all’altezza di qualcosa o di qualcuno. È caratterizzata da una scarsa fiducia in sé stessi, scarsa autostima e senso di inferiorità.

Nella vita può essere capitato a tutti di sentirsi insicuri rispetto a una data situazione. Dover prendere una decisione importante, esporsi di fronte a tante persone, dover affrontare un cambiamento può farci infatti vacillare nelle nostre convinzioni. Tutto ciò è del tutto normale e ci rende semplicemente umani.

L’insicurezza può divenire più difficile da accettare quando riguarda qualsiasi ambito della nostra vita, da quella sentimentale a quella lavorativa, da quella personale a quella amicale. Chi si sente insicuro spesso pensa che ciò che pensano gli altri sia sicuramente più giusto di quello che pensa la persona stessa, tendiamo a credere che abbiano tutti ragione tranne noi, siamo giudici severi di noi stessi e critichiamo ogni cosa che facciamo. Spesso possiamo avere difficoltà a concludere un compito o un lavoro dal momento che non è mai abbastanza perfetto.
La sensazione che si ha è di non essere all’altezza delle situazioni, per questo raramente chi è insicuro esprime il proprio parere su qualcosa soprattutto se si tratta di esprimere un disaccordo. Il timore è che se esprimiamo il nostro punto di vista gli altri potrebbero rifiutarci o abbandonarci.
Queste paure portano ad un’elevata sensibilità al giudizio altrui, per cui chi è insicuro risente fortissimamente di ogni critica tendendo ad offendersi o ad isolarsi. Inoltre, pur di sentirsi amabili si tende a fare qualsiasi cosa che venga richiesta. È frequente, infatti, che le persone con poca autostima sia asservite ai desideri degli altri, con la speranza cosi di sentirsi riconosciuti un qualche valore.

L’origine dell’insicurezza può essere ricercata prevalentemente nell’infanzia, nel rapporto con i propri genitori o con le prime esperienze di socializzazione a scuola. Benché i genitori spesso facciano tutto quello che possano nel dare amore ai propri figli, può accadere che nella mente di un bambino i comportamenti vengano interpretati in modo diverso. Questo può accadere quando ad esempio abbiamo avuto dei genitori molto severi, pronti a rimproverarci per un errore ma non a premiarci quando abbiamo fatto qualcosa per bene. In questo modo quello che interiorizza il bambino è che non è sufficientemente bravo per ricevere un riconoscimento dai propri genitori. Anche le prime esperienze di socializzazione, che consistono nel primo rapporto con i pari, se sono state in qualche modo traumatiche possono portare dentro al bambino un senso di inadeguatezza.

Come uscirne?

Superare i blocchi dovuti al ‘insicurezza è possibile tramite un lavoro su sé stessi. È importante riconoscere come spesso sono i nostri pensieri, il modo in cui ci parliamo e il giudizio che ci diamo a renderci insicuri. Attraverso un percorso alla scoperta di sé è possibile scoprire che abbiamo sì dei limiti, ma anche delle qualità e che siamo cosi “perfettamente imperfetti”. Non perfetti ma sicuramente nemmeno del tutto sbagliati. Spostando l’attenzione da ciò che in noi non ci piace a ciò che invece ci piace può essere fatto un importante passo avanti verso l’amore per noi stessi. Solo volendoci bene, infatti, potremo sentire dentro di noi di avere il diritto di dire ciò che pensiamo, di poter ascoltare i nostri bisogni anche se non coincidono con quelli degli altri, e soprattutto sentire che andiamo bene per come siamo e non per ciò che facciamo.

Mi chiedi qual è stato il mio più grande progresso? Ho cominciato a essere amico di me stesso.
(Lucio Anneo Seneca)


bibliografia

giusti e., caputo o. (2010). la perfetta imperfezione. sovera editore

morelli r. (2006). ciascuno e’ perfetto. mondadori editore

La trappola del ricatto emotivo

LA TRAPPOLA DEL RICATTO EMOTIVO

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

ricatto emotivo

Quante volte ci è capitato di essere vittime (o autori) di ricatti emotivi per cui se non facevamo come voleva l’altra persona ci assaliva il senso di colpa o ci si prospettava qualche conseguenza terribile (essere abbandonati, non essere considerati bravi figli/partner/amici)?

Il ricatto emotivo è una forma subdola di manipolazione, per la quale il “manipolato” sente di non avere altra scelta che fare come viene richiesto dall’altro anche se questo non è nella sua volontà, sentendosi in qualche modo in trappola.

In qualsiasi modo venga espresso il ricatto, il messaggio sottostante è sempre lo stesso ovvero: se non mi darai quello che voglio te la farò pagare.

Il terreno su cui si muovono tutti i ricattatori è la paura che ha l’altro: paura di perdere la persona a cui si tiene, paura di essere respinti, paura di ferire, paura di non essere “buoni” partner/figli/amici. Il punto di leva è spesso e volentieri il senso di colpa.

Ci sono diversi tipi di ricatto emotivo che possono essere messi in atto:

  • La punizione: in questo caso la persona fa capire che se non si farà come vuole la relazione ne uscirà danneggiata. Ad esempio: “se stasera non vieni a trovarmi, non ti rivolgerò più la parola!”, “se fai così ti lascio”, “se fai cosi non ti faccio più vedere i bambini”, “se non fai gli straordinari non ti do la promozione”
  • L’autopunizione o senso di colpa: in quest’altro caso, la persona non minaccia la relazione, ma fa capire che se non si esaudirà il suo desiderio ne soffrirà molto e sarà solo per colpa nostra. Ad esempio: “se stasera non vieni a trovarmi, sarò sola davanti alla tv, e mi deprimerò”, “ se farai/non farai questa cosa sappi che mi farai soffrire”.
  • Il vittimismo: la persona in questo caso fa la parte della “vittima”, cioè di colei che ha sempre dato o fatto cose per gli altri e che non si vede tornare nulla indietro, cercando di suscitare sentimenti di colpa o compassione nell’altro. Ad esempio: “dopo tutto quello che ho fatto per te, dovrei meritarmi almeno una visita stasera”, o “ieri sera non hai risposto al telefono, non ho dormito tutta la notte, e oggi è stata una giornata bruttissima…”. (Rientrano in questa sfera, per il fatto di suscitare senso di colpa, anche coloro che ti ricordano che gli devi un favore, perché loro te ne hanno fatto uno tempo fa)
  • I seduttori: Si tratta del tipo più subdolo di ricattatori: sono quelli che incoraggiano, promettono amore o denaro o carriera e poi  chiariscono che, se non ci comportiamo come vogliono loro, non riceveremo nulla.

 

Le vittime dei ricatti emotivi sono spesso persone che hanno dei “punti deboli” che il manipolatore conosce e sui quali fa leva:

  • Bisogno di approvazione, che spinge a fare quello che vogliono gli altri (anche se diverso da quello che si vorrebbe fare) per poter essere apprezzati, stimati e amati.
  • Autosacrificio e sottomissione, per cui si è portati anche a ledere il benessere personale pur di non veder soffrire un’altra persona, o di andare incontro a conflitti e scontri.
  • Paura dell’ Abbandono, per cui si rinuncia al proprio benessere pur di non essere lasciati soli, pur di non perdere la relazione.

I ricatti fanno leva sui nostri timori più profondi, che spesso risultano da esperienze precoci e passate, che hanno instaurato in noi una certa modalità di relazionarci, e di vedere noi stessi. Chi finisce per cadere  più spesso nella trappola dei ricatti emotivi sono persone con poca stima di sé, con scarsa autonomia, e persone che sono sensibili al giudizio e approvazione degli altri.

 

COSA FARE?

Innanzitutto bisogna far capire al manipolatore che non cadremo nella sua trappola. È necessario chiarirgli che non pensiamo di essere una persona cattiva solo perché non ci pieghiamo al suo volere. Affermare con decisione che anche noi abbiamo dei bisogni e dei desideri e che ne abbiamo tutto il diritto. E’ importante mostrare alla persona che non abbiamo paura della sua minaccia e che siamo pronti ad affrontare le presunte conseguenze. Spesso, quando il ricattatore vede che non cediamo alle pressioni si rende conto che la sua strategia è inutile e l’abbandona. Ricordatevi che alla lunga fare qualcosa sotto ricatto genere tantissima frustrazione e porterà a sviluppare rancore verso chi ci sta manipolando e comunque non riusciremo a sentirci contenti e soddisfatti di noi anche quando stiamo esercitando un nostro diritto.

Infine, può essere utile rivolgersi ad un professionista con l’aiuto del quale sarà possibile apprendere modalità più equilibrate e benefiche di gestire le relazioni, mettere dei confini, rafforzare l’autostima, riconoscere ed esprimere adeguatamente i propri bisogni, incrementare l’assertività.

Molti si lasciano compatire atteggiandosi spesso a vittime per essere con più buona coscienza carnefici. (E.Rega)

 


bibliografia

 Forward S. (2001). Emotional Blackmail: When the People in Your Life Use Fear, Obligation, and Guilt to Manipulate You. Collins Publisher.


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Aiuto, sono un perfezionista!

AIUTO, SONO UN PERFEZIONISTA!

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

perfezionista

Perfezionismo, pregio o difetto?

Chi legge il titolo di quest articolo potrebbe pensare “che male c’è se voglio fare le cose precise?”.

Effettivamente la risposta è “nessuno”. Non c’è nessun problema nel voler fare le cose per bene, tendere a migliorarsi sempre di più , essere precisi ed organizzati. Anzi tutto ciò è davvero meritevole e tutti noi dovremmo cercare di mettere del nostro meglio in ciò che facciamo. Il “problema” nasce quando questi tratti vengono estremizzati e da un perfezionismo adattivo e funzionale si passa ad un perfezionismo patologico.

Il perfezionismo diventa patologico quando le richieste che poniamo a noi stessi e agli altri sono troppo elevate, le soddisfazioni quasi inesistenti (in quanto si potrebbe fare sempre di più), e la dose di ansia e stress molto più alta.

La definizione di perfezionismo come la “tendenza a considerare inaccettabile qualsiasi imperfezione “ può darci già un idea di quelle che possano essere le conseguenze psicologiche del “non potersi permettere di fallire“:

  • elevato stress al lavoro e a scuola

  • oscillazioni dell’umore, come depressione ed ansia

  • solitudine e difficoltà a formare relazioni strette

  • eccessiva frustrazione, rabbia e conflitti nelle relazioni personali

  • difficoltà nell’apprendere da critiche, fallimenti ed errori

  • procastinare

  • evitare situazioni che possano metterci in difficoltà

L’avere degli standard troppo elevati sia nei confronti di se che degli altri comporta un’insoddisfazione costante per i propri risultati; quando si sbaglia o si fallisce un obiettivo, si diventa autocritici e ci si sente un fallimento come essere umano con conseguente calo dell’autostima.

Infine, si pensa di dover sempre avere il controllo sulle emozioni in quanto queste potrebbero interferire con l’obiettivo da raggiungere con una conseguente pressione emotiva fortissima.

Il perfezionista, quindi, difficilmente trae gratificazione dagli obiettivi raggiunti e spesso si trova a procastinare o ad evitare attività ed impegni in quanto la paura di fallire si potrebbe fare troppo forte.

Un altro pensiero molto comune del perfezionista è “se non è perfetto non va bene!“. Immaginate quali siano le conseguenze di tale pensiero? Un impiego di tempo ed energie fortemente maggiore per una cura ossessiva dei dettagli, la difficoltà di iniziare o terminare compiti o impegni fino a quando non siano perfetti (impossibile dati gli standard del perfezionista!) e una diffusa insoddisfazione. Anche da un punto di vista relazionale questo atteggiamento può creare diversi problemi nella coppia data la rigidità e le pretese del perfezionista.

In realtà alla base di questo comportamento c’è una profonda insicurezza. Il perfezionista, infatti, ha la convinzione che si debba far colpo sugli altri tramite la propria intelligenza e i risultati e che questo è l’unico modo per guadagnare la loro approvazione. Solo se si è perfetti, si può essere amati.

DA DOVE ORIGINA IL PERFEZIONISMO?

Hamacheck (1978) ha rilevato che l’eccessiva preoccupazione di compiere errori e la paura del giudizio negativo degli altri derivano da esperienze nell’infanzia; l’amore manifestato dai genitori è condizionato alla performance del bambino e le approvazioni sono inconsistenti (se fai e sei bravo ti vorrò bene); il bambino non si sente mai soddisfatto perché il suo comportamento non è mai abbastanza corretto per guadagnare l’approvazione dei genitori e attua uno sforzo continuo per ottenerla. Burns (1980) sostiene che genitori perfezionisti utilizzano il ritiro dell’affetto e la disapprovazione come punizione e che i loro bambini tendono a rispondere agli errori con ansia e paura, introiettando l’idea che gli errori debbano essere assolutamente evitati.

COSA FARE?

In primo luogo, come dico spesso, è necessario avere una maggiore consapevolezza dei propri tratti perfezionistici, portando all’attenzione il problema del perfezionismo e individuando gli ambiti della vita quotidiana in cui si hanno standard eccessivamente elevati (risultati scolastici, apparenza fisica,lavoro).
In secondo luogo, può essere utile esplorare come il perfezionismo influenzi l’opinione di sé stessi (ricordiamo la bassa autostima e scarsa soddisfazione), le relazioni e le situazioni al lavoro ed a scuola. Infine, è importante provare ad focalizzare i fattori, individuali e sociali, presenti o passati, che possono aver influito sullo sviluppo e sul mantenimento di tendenze perfezionistiche, riflettendo dunque sia sul ruolo di una società che da’ molta importanza al controllo sia su come i genitori reagiscono a successi e fallimenti del figlio.

Si può inoltre fare un’analisi dei costi e dei benefici, cioè individuare alcune delle credenze disfunzionali alla base delle tendenze perfezionistiche (es. “Io devo cercare di essere sempre perfetto”; “Le persone penseranno peggio di me se compirò un errore”) e di esse elencare in due diverse colonne i vantaggi e gli svantaggi nel mantenerle. Si può iniziare con un esercizio su una situazione specifica in cui, prima di tutto, si deve descrivere una situazione nella quale il perfezionismo ha costituito un problema (a causa delle connesse auto-critiche) e di questa situazione si devono individuare i pensieri automatici, il grado di convinzione in essi, le emozioni, l’intensità di esse e il tipo di distorsioni cognitive utilizzate. I pensieri automatici negativi vanno poi sostituiti con pensieri automatici positivi.

Infine, si possono provare anche alcuni esercizi comportamentali. Uno di essi potrebbe essere quello di individuare le attività che ci si sente obbligati a svolgere in modo quasi compulsivo e pianificare dei cambiamenti in cui, gradualmente, si diminuisce la quantità di tempo dedicato ad esse. Un altro esercizio è quello della “sfida al perfezionismo” che consiste nel mettere in atto comportamenti che vanno nella direzione opposta a quella abituale (es.: gettare deliberatamente i vestiti nei cassetti in modo disordinato, non rifare volutamente il letto, studiare volutamente di meno). Questo permetterà di ridurre gradualmente il bisogno di perfezione e il disagio nell’essere o nel fare qualcosa di imperfetto.

Infine, qualora il perfezionismo infici di molto la qualità di vita è consigliabile rivolgersi ad uno specialista, psicologo psicoterapeuta, che possa aiutarci a lavorare su noi stessi e a riscoprire la bellezza di una vita con più leggerezza e gratificazione.

Oggi parliamo di… AUTOSTIMA

OGGI PARLIAMO DI… AUTOSTIMA

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

autostima

L’autostima, che cos’è?

L’autostima, come dice la parola stessa,  rappresenta la valutazione, la stima che abbiamo di noi stessi e del  nostro valore. In psicologia l’autostima viene definita come “un senso soggettivo e duraturo del proprio valore basato su appropriate autopercezioni” (Giusti, 1994).

L’autostima non dipende soltanto dagli apprezzamenti che riusciamo ad ottenere dall’esterno e da quello che gli altri pensano di noi, ma anche e soprattutto da ciò che noi abbiamo interiorizzato e che pensiamo e sentiamo per noi stessi.

L’ opinione che abbiamo e i sentimenti che proviamo per noi stessi influenzano molto la nostra vita, il modo in cui ci comportiamo nel lavoro, negli affetti, nei vari ruoli che rivestiamo come genitori, come partner, come amici, come colleghi. In sostanza determina in gran parte le nostre risposte all’ambiente esterno.

Quando si  ha  una buona autostima ci si sente bene, si sente di poter controllare la propria vita, ci si adatta in maniera flessibile e determinata alle diverse situazioni, anche quelle più difficili, si fa maggiore ricorso alle proprie risorse.

Giudicarsi negativamente e rifiutarsi, invece, provoca uno stato di disagio e sofferenza. Nel tentativo di evitare qualsiasi esperienza che in qualche modo possa intensificare questo  stato negativo,si corrono meno rischi sociali o professionali, si rinuncia ad incontrare le persone, si limitano le proprie capacità di aprirsi agli altri, di esprimere la propria sessualità ed il proprio bisogno di affetto, di essere al centro dell’attenzione, di chiedere aiuto e di risolvere problemi. Per evitare ulteriori giudizi e autorifiuto si erigono barriere difensive.

Molte persone hanno la tendenza a focalizzare l’attenzione sui propri errori e fallimenti, sui difetti e sulle opportunità mancate, piuttosto che sulle qualità e successi, trascurando gli aspetti positivi delle situazioni e le conseguenze positive delle proprie azioni. Quante volte ci siamo sorpresi a pensare “non ce la farò”, “non riuscirò”, per poi constatare di essere stati all’altezza delle circostanze e di aver superato anche i momenti difficili? E’ importante riconoscere le proprie capacità e conservare il ricordo dei successi conseguiti in passato, quando ci si trova a dover affrontare un momento difficile o una situazione nuova.

Alcuni trascorrono la loro vita aspettando il momento “giusto” (“quando lavorerò”,  “quando mi sposerò”,  “quando non avrò questi problemi”), preoccupandosi ansiosamente di ciò che potrà accadere nel futuro oppure rimpiangendo o recriminando sul passato. Vivere con l’attenzione rivolta eccessivamente al passato o al futuro è autolimitante,  perché impedisce di vivere il momento presente. Vivere nel presente non significa trascurare il passato e il futuro ma essere disponibili ad accettare e ad affrontare le esperienze e sentimenti attuali.

Le persone con scarsa autostima spesso provano sentimenti di inadeguatezza, insicurezza, hanno dubbi su se stesse, hanno sensi di colpa  o paura  di partecipare attivamente alle esperienze della vita, sperimentando un vago e indefinito sentimento di non essere “abbastanza”, muovendosi in maniera autodifensiva. Chi ha scarsa autostima dubita della propria adeguatezza e capacità di affrontare le richieste della vita e ritiene di non meritare il benessere e la felicità,  non è in grado di riconoscere che il diritto di cercare la felicità e il benessere è intrinseco all’esistenza stessa.

Con una sana autostima si è molto più inclini e aperti a creare relazioni nutrienti e costruttive. Avendo rispetto e benevolenza nei confronti di se stessi, si è più inclini a trattare gli altri con rispetto e benevolenza e si ha meno bisogno di barriere difensive, poiché l’altro non è considerato una minaccia alla propria integrità.

Le persone con bassa autostima hanno una grande, e spesso  inappagato, bisogno di amore e di intimità. L’autostima non è una conseguenza dell’amore, ne è piuttosto un prerequisito fondamentale. Quando si ha un buon livello di autostima si è in grado di costruire relazioni nutrienti, essendo attratti da persone positive, aperte al cambiamento, capaci di dare e nello stesso tempo di ricevere.

Il grande valore della autostima risiede, quindi, nel fatto che contribuisce a:

–  avere una base solida che ci sostiene indipendentemente dalle opinioni altrui

–  mantenere uno stato di equilibrio psicologico ed interiore;

–  accettarci e valorizzare gli aspetti positivi che ci caratterizzano;

–  vivere pienamente nel presente;

–  avere fiducia nelle proprie potenzialità;

–  costruire relazioni intime ed interpersonali appaganti ed equilibrate.

Perché alcune persone riescono ad attribuirsi valore,  a stimarsi, ad essere soddisfatte di loro stesse e altre si sottovalutano o faticano a considerarsi in termini positivi? Quando si sviluppano queste immagini del sé e da cosa originano?

Le persone acquisiscono gradualmente su se stesse opinioni che riflettono il modo in cui sono state trattate dall’ambiente circostante. In sostanza gli individui arrivano a percepirsi e a valutarsi allo stesso modo in cui sono stati percepiti e valutati dagli altri, soprattutto dai propri genitori e da altre figure importanti.

La maggior parte degli psicologi concorda sul fatto che l’individuo comincia a formare i concetti di Sè, ossia il proprio modo di considerarsi e definirsi, in senso più o meno positivo, ad un età molto precoce.

Alcuni autori ritengono che le immagini di sé che i bambini sviluppano durante la prima infanzia, in base alla percezione di una positiva o negativa relazione con le principali figure di accudimento e in base alle essersi sentiti o meno degni d’amore  e di importanza, avranno un influenza per tutta la vita.

Il bambino durante i primi anni di vita ha bisogno che la madre sia presente e affidabile, e risponda alle sue esigenze. In questo modo svilupperà  un’ immagine di sé positiva,  ossia di persona degna di amore. Al  contrario se da bambini si è stati ignorati, respinti, non ascoltati, da adulti ci si considererà  degni di una simile trattamento sia da parte di se stessi, sia da parte degli altri.

Fondamentalmente gli ambiti in cui si forma la stima di sé nei bambini e negli adolescenti sono:

–  l’aspetto fisico ( piaccio agli altri?)

–  l’accettazione tra i pari (piaccio ai miei amici?)

–  le proprie capacità (sono bravo in..?)

–  le relazioni familiari (sono orgogliosi di me i miei genitori?)

–  il rendimento scolastico (sono un bravo studente?)

– l’emotività (mi sento sicuro di me?).

Nel corso della nostra vita difficilmente l’immagine che ciascuno ha di sé stesso rimane fissa ed immutabile, ma è influenzata anche dall’intervento di altre variabili che con la crescita diventano sempre più determinanti. E’ soggetta a modificazioni sia per le esperienze vissute,sia per la qualità delle relazioni che si stabiliscono con le persone significative incontrate nell’arco dell’intera esistenza.

” Qualunque sia la teoria adottata, occorre ricordare che l’autostima è un fiore che va annaffiato ogni giorno. Il  potere è dentro di noi,  è nella cura che abbiamo di noi stessi,  nella capacità di volerci bene” (Pasini, 2001)

Come migliorare la propria autostima?                                                                               Ecco il video che spiega come iniziare, in 7 semplici passi, ad accettarsi e valorizzarsi di più. In altre parole: come accrescere la propria autostima.

Autostima: come migliorarla in 7 semplici passi!

 

 


Bibliografia;

E.Giusti, A.Testi (2013). l’autostima. sovera editore

 

 

Quando dire sempre “Si” diventa una trappola. Impara a dire “No” serenamente.

 

QUANDO DIRE SEMPRE “SI” DIVENTA UNA TRAPPOLA

IMPARA A DIRE “NO” SERENAMENTE

 

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

no

E’ molto importante saper dire “no” al momento giusto.  Non riuscire a dire no a qualcosa quando invece vorreste farlo significa dare maggiore importanza ai bisogni delle altre persone  invece che ai vostri.

Sicuramente preferiresti che ti venisse risposto “no” se qualcuno non avesse piacere a fare qualcosa , invece che un “sì” detto quasi per obbligo;  preferireste che gli altri fossero  onesti nei vostri confronti.

Dire “no”, quando è quello che veramente si desidera, diventa una forma di rispetto e  di onestà verso se stessi e verso gli altri

La persona definita assertiva,  che conosce e rispetta i propri bisogni e quelli degli altri,  non è ne accondiscendente né oppositiva,  ma onesta e sincera nell’ affermare ciò che è disposta a fare o non fare,  avendo ben chiare le sue priorità,  le sue esigenze e la sua disponibilità.  Imparare a dire “no” induce al rispetto di sé e attira anche la stima di coloro da cui volete essere rispettati.

Dire di “no” rappresenta un problema per la maggior parte degli individui poiché la parola è emotivamente legata al rifiuto personale.  Sono anche molti i condizionamenti durante la crescita che portano ad associare la parola “no” con un comportamento considerato egoistico,  cattivo,  presuntuoso, duro.

“Potrebbe  sembrare facile dire di no,  ma non è forse vero che ci hanno  instillato,  sin dalla tenera età,  l’idea che è quasi impossibile pronunciare quella parolina con  tono gentile? è  scortese rifiutarsi,  non è educato,  anzi è offensivo” ( Sweet, 2004)

Cos’è che ci blocca quando dobbiano negare qualcosa  a qualcuno e non lo facciamo?

Ecco alcune ragioni:

–  Se dico no,  l’altro potrebbe sentirsi rifiutato e  ferito.                                              Ciò è possibile,  ma rifiutare una particolare richiesta non  significa respingere una persona nel suo insieme;

–  Se dico no questa volta,  gli altri non mi accetteranno più.                                         Se fosse così,  volete avere amici,  che non rispettano il vostro diritto di dire no?

–  Gli altri mi han detto sì ( perciò rifiutando mi sentire colpevole)                                  Anche in questo caso vengono confuse due situazioni distinte tra loro.

–  Mi dispiace per chi mi ha  posto una richiesta,  perciò non posso dire no.              Se per qualunque motivo volete dire no e fate il contrario,  vi mettete sotto pressione fino a sentirvi arrabbiati con voi stessi e risentiti nei confronti dell’altro.

Sweet  2004,  individua 4 motivi psicologici,  definiti vere e proprie trappole,  che spingono a dire di sì anzichè no:

–  voler essere gentili

–  voler essere amati/ rispettati/ accettati

–  la paura di perdere amici/ amanti/ lavoro/ familiari/ posizione sociale/successo/ potere/ denaro

–  la sensazione di non avere il diritto a  dire no

Spesso  non sappiamo dire di no perché  temiamo di perdere l’affetto dell’altro;  ciò è comprensibile,  ma non dobbiamo dimenticare che è sempre nostro dovere continuare a credere in noi stessi anche quando gli altri non ci approvano o  ci  rifiutano e che un no,  detto al momento opportuno può aiutarci ad uscire dalla trappola di chi crede di potersi  accettare solo in una condizione di sudditanza e compiacenza”  (Nanetti 2002).

Molte persone non riescono a dire di no a causa di una eccessiva compiacenza verso gli altri.  Fanno delle cose per gli altri  senza porsi dei limiti,  mettono gli altri al primo posto e non  si curano delle proprie necessità.

Perché non riescono ad affermarsi?  Forse perchè non gli è stato mai insegnato a limitare e proteggere il loro territorio. Sono stati molto probabilmente bambini eccessivamente ubbidienti,  remissivi e modesti  che non creavano  mai problemi,  ritenendo  così di evitare di essere  rifiutati.

In alcuni momenti essere compiacenti,  anche a costo di far tacere le proprie esigenze può essere utile per il buon proseguimento di una relazione ( lavoro,  familiare,  di amicizia)  o se ci si accorge che l’altro ha veramente bisogno di un aiuto e si sente di voler glielo offrire.  Il problema nasce  quando ci si considera e ci si comporta come se si fosse uno zerbino da calpestare ogni volta che qualcun altro lo desidera.  Se si vuole essere disponibili e gentili con tutti,  a prescindere da come ti trattano,  significa che non si hanno limiti.  In tal modo non vengono definiti correttamente i confini della propria personalità e ci si espone ad abusi e  sfruttamento,  anche da parte di persone a cui vogliamo bene.  E’ invece fondamentale stabilire il proprio confine fisico e psicologico per mantenere un buon equilibrio mentale.

Se  ancora oggi fai di tutto per rispondere alle aspettative degli altri inizia ad affermarti.  Questo atteggiamento ti rende sottomesso e iper adattato.  Non difendendo i tuoi spazi  rischi di essere travolto dalle aspettative e dalle richieste degli altri.  Questo ostacola la tua affermazione e la tua iniziativa.

Inizia a dire di “no” a partire dalle piccole cose della vita quotidiana,  con il passare del tempo potrai farlo anche per quelle più importanti e le persone impareranno che non sarà più possibile chiederti tutto.

SVANTAGGI DEL DIRE SEMPRE SI:

  • Non si è veramente se stessi
  •  Agli altri non sempre piacciono le persone troppo compiacenti
  •  Essere sempre gentili può farci apparire falsi agli occhi degli altri
  •  Ne risente negativamente la salute ( esaurimento nervoso e fisico,  stress,  crisi di pianto o rabbia, ECC…)
  •  Ci si sente insoddisfatti nelle proprie relazioni
  •  Non si hanno energie per portare avanti progetti personali importanti
  •  Si rinuncia alla propria vita personale
  •  Non  sì viene stimati dagli altri
  •  Ci si carica di troppe responsabilità o non si stimola gli altri ad assumere le proprie

 

E tu, sai dire di “No”? Prova il Test!

Test So dire di No

 


 

tratto da: edoardo giusti, alberta testi. l’assertività. sovera editore, 2011.