Dimmi che padre hai avuto e ti dirò che uomo cerchi

DIMMI CHE PADRE HAI AVUTO E TI DIRO’ CHE UOMO CERCHI

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

Spesso abbiamo sentito parlare del Complesso di Edipo nello sviluppo dei bambini, in cui in una determinata fase dell’infanzia il bambino vuole conquistare la madre contrapponendosi  al padre.Meno spesso si parla del corrispettivo femminile, ossia il complesso di Elettra in cui la bambina, desiderando conquistare il padre, si mette in competizione con la madre.

Nelle bambine, l’”attrazione” nei confronti del padre fa sì che la figura paterna, con le sue peculiarità, diventi il modello che verrà adottato come confronto nelle relazioni sentimentali dalla donna adulta. La scelta inconsapevole di un partner simile al padre o la scelta inconsapevole di un partner totalmente differente dal padre potrebbero portare la donna a costruire relazioni disfunzionali per se stessa.

Se il complesso di Elettra non viene superato ed elaborato la bambina, diventando donna, continuerà a ricercare ossessivamente ed inconsapevolmente le caratteristiche paterne nei partner sentimentali. Questo da un lato può portare le donne a ricercare nella relazioni  le stesse caratteristiche disfunzionali avute nella relazione paterna riproponendo quindi i modelli disadattivi appresi nell’infanzia o, al contrario, se la figura paterna è stata idealizzata ad avere come metro di giudizio il padre idealizzato ed ogni partner quindi risulterebbe inadeguato. Queste donne si sentono  eternamente insoddisfatte e critiche nei confronti degli uomini, poiché non riescono a consapevolizzare come dentro di loro stiano ricercando un padre partner piuttosto che una vera relazione matura. Sono donne che non riescono a sviluppare una autonoma capacità di contenimento ed amorevolezza nei confronti di sé.

 

Quale padre – Quale partner?

  1. L’autoritario
    Chi ha avuto un padre autoritario, severo ed intransigente, spesse volte impegnato e assorto solo nelle attività lavorative/professionali, potrebbe sviluppare una forte insicurezza e bassa autostima per cui tenderà a ricercare un partner altrettanto dominante duro e discontinuo in quanto è il modello relazionale che ha imparato .
    Il partner ideale e funzionale a cui bisognerebbe aspirare è, invece, un partner che ami il dialogo (comunicazione che non è stata possibile nella relazione paterna), che ascolti e non giudichi, creando un rapporto paritario e simmetrico. Una valida alternativa è l’autorevole, che si pone come guida, ma è aperto al confronto, che dà sicurezza, ma non toglie l’autonomia.

    2. L’amicone
    Il padre amico se da un lato ha permesso la confidenza, la spensieratezza e il buonumore, dall’altro non ha rappresentato una figura- guida forte e quindi può indirizzare verso comportamenti superficiali e perennemente infantili.  Per contrapposizione, la scelta di un partner funzionale potrebbe ricadere su un uomo concreto e pratico, che prenda in mano la sua vita con responsabilità. Può essere adatto anche un compagno ironico e “leggero”, a patto che la donna non diventi la colonna portante della coppia, facendogli da madre invece che da compagna.

    3. Il disinteressato
    La terza tipologia paterna è quella del padre disinteressato ed emotivamente assente nei confronti della figlia.
    Un padre così è un evitante, che spesso nasconde dietro la sua evanescenza il suo essere anaffettivo. Spesso costruisce rapporti frammentati con la figlia, fatto di assenze e di poca comunicazione, che possono portare a scatenare paura, insicurezze e rabbia, ma anche chiusura verso il mondo maschile, pensando che mai nessuno possa mai comprenderla veramente.   
    Il rischio di duplicare la stessa dinamica è quello di rincorrere uomini centrati su se stessi, egoisti e sfuggenti, che si danno poco e che non danno mai certezze. Meglio mirare a compagni empatici, consapevoli della propria emotività, che non hanno paura di esternarla e di mettersi in gioco con il cuore.

    4. L’inimitabile
    Questa tipologia di padre potrebbe essere il padre ideale, che non solo fa sorridere, ma protegge ed educa con tenerezza e collaborazione con la madre. Avere avuto un padre così, non solo fa crescere una figlia come donna sicura e autonoma, ma le permette di relazionarsi in modo sereno con il genere maschile, conscia delle sue potenzialità e consapevole di ciò che cerca in una storia. Tuttavia, chi ha avuto un padre presente, empatico, supportivo e presente potrebbe rimanere incastrata nella visione del padre come “uomo migliore del mondo”. Questa tipologia di donne potrebbe essere attratta dall’esatto opposto: uomini inconcludenti e che abbassano l’autostima, poiché desiderano inconosciamente che il padre rimanga l’uomo migliore della propria vita.
    L’uomo “giusto” da cercare, invece, sarà quello che, come il padre, deve trasmetterle la stima di sé dimostrandosi interessato a lei sinceramente, rispettandola e amandola ogni giorno.

Le nostre relazioni dell’infanzia, dunque, creano dentro di noi dei modelli relazionali su cui baseremo le nostre relazioni adulte. Essere consapevoli delle nostre ferite e dei nostri vissuti ci permette di poter intervenire per arrivare a conoscere quell’amore che tanto avremmo voluto e che tanto vorremmo.

 

“La consapevolezza è il primo passo verso il cambiamento”  (N.Branden)

 


http://d.repubblica.it/amore-sesso/2014/09/08/news/che_uomo_cerco_padre_famiglia-2270082/

Amore? No grazie. Paura d’amare e delle relazioni. Cosa fare?

PAURA D’AMARE  E DELLE RELAZIONI

COSA FARE?

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

no amore

Sempre più spesso giovani e meno giovani mi riportano problematiche di tipo relazionale e difficoltà ad avere relazioni intime e durature.

Chi da un lato ha paura di farsi coinvolgere, chi nega di avere voglia di un legame, chi si sente soffocato da qualcuno, chi ha un blocco nel riuscire a farlo e chi dall’altro osserva comportamenti ambivalenti da parte del proprio partner “un giorno mi ama il giorno dopo è distante”.

Alla base sottostante di tutti questi comportamenti vi è una profonda paura: “la paura di amare o di avere relazioni” in termine tecnico “philofobia”.

Cosa si cela dietro a questa paura?

Per poter capire cosa si nasconde dietro questa paura dobbiamo fare un passo indietro. Cosa vuol dire amare e innamorarsi? Vuol dire mettersi a nudo, mettersi in gioco e mettere in gioco le nostre parti piu intime e fragili. Significa affidarsi ad un altra persona, perdere in parte la sicurezza che lo stare da soli o l’avere relazioni occasionali ci consente di mantenere.

Le paure più frequenti sono quella di essere abbandonati, di essere feriti qualora mostrassimo le nostre fragilità che spaventano noi in primisi; oppure da un altro lato può esserci la paura di essere “invasi” da qualcun altro, di perdere i nostri spazi, le nostre certezze ed essere sopraffatti.

Per difendersi da queste paura si mettono quindi in atto dei comportamenti difensivi: o si investe in storie impossibili nei quali abbiamo la certezza che l altro non potrà mai innamorarsi di noi, o qualora ci debba essere un investimento si cerca di trovare difetti o qualche elemento che svaluti ai nostri occhi quella persona e che giustifichino la fine di una relazione. O ancora, possono essere messi in atto comportamenti che comportano diverse relazioni sopratutto a carattere sessuale e che non sottointendono un coinvolgimento emotivo.

Altre persone arrivano proprio a negare di volere legami “Non amo e quindi non soffro”.

La paura d’amare può verificarsi quindi sia nel momento di formazione di una coppia sia quando la coppia è stabile e duratura. ““Lo so che lui mi ama, è sempre così gentile e disponibile con me… però ho paura che mi abbandoni e mi lasci da un momento all’altro. La paura di soffrire è più forte dell’affetto che provo per lui e quindi preferisco chiudere questa storia”  Questo è l’esempio di una paziente che negli anni ha sviluppato la paura di amare. Preferisce fuggire da una relazione stabile, in cui è amata e accetta per quello che è, per il timore, infondato, che il proprio compagno possa abbandonarla.

Da dove nasce la paura di amare?

La paura di amare può insorgere dopo una profonda delusione, dopo una storia nella quale si aveva investito e che è finita. E quindi la paura di farsi tarvolgere di nuovo è forte. Questo meccanismo è normale se la storia si è conclusa da poco tempo ma in alcuni casi può perdurare anche anni dopo la fine di una relazione in questo caso può essere utile cercare un aiuto per far si che questa paura di amare non si radichi in modo strutturale e per capire quali altri elementi si celino dietro.

Spesso le persone che sviluppano la philofobia hanno sperimentato durante l’infanzia un rapporto conflittuale con i genitori. Genitori che in maniera più o meno esplicita, e più o meno reale (bisogna sempre considerare come la persona vive l’evento, e non solo l’evento in sé) hanno sminuito e criticato il figlio. Questo comportamento aumenta la paura di essere rifiutati e addirittura abbandonati. È chiaro quindi che in tutte quelle situazioni in cui c’è la possibilità di amare ed essere amati, la persona fugge per il terrore di essere, o sentirsi, abbandonata proprio com’è accaduto con i propri genitori.

In altri casi i genitori sono stati invece percepiti come eccessivamente invadenti e oppressivi negando la separatezza del figlio, e questo quindi può portare ad associare in modo inconsapevole l’amore alla paura di essere annientati.

Cosa possiamo fare?

Se è il nostro partner a mettere in atto comportamenti ambivalenti rispetto alla nostra relazione dobbiamo innanzitutto lasciargli i suoi spazi e concedergli i suoi tempi. Pressarlo e cercarlo in continuazione aumentera solo il suo desiderio di scappare.

Se sentiamo di essere noi a sperimentare queste paure dobbiamo tenere a mente 3 cose:

1- Non anticipare eventi che potrebbero accadere con il nuovo partner, solo perché la storia precedente è andata male. Ogni storia è a sé, e non esistono partner uguali. Se ci siamo trovate davanti a tutte storie “sbagliate” dobbiamo ragionare su quale è stato il nostro ruolo in questo. Spesso inconsapevolmente cerchiamo proprio le persone che ci confermino le nostre paure e i nostri copioni.

2- Se una storia non è andata come ci aspettavamo, non precludersi la possibilità di creare un rapporto duraturo con un’altra persona. Se diamo la possibilità alle nostre paure di condizionarci la vita troveranno sempre la strada spianata. Un buon metodo per sconfiggere la paura è affrontarla anche con le sofferenze che questo comporta.

3- Costruire un rapporto di apertura e fiducia. Parlare apertamente con il nostro partner delle nostre ansie e dei nostri bisogni. Tener tutto nascosto nella speranza che l’altro possa capirlo è contro producente, in quanto l altro spesso non può sapere cosa stiamo sperimentando. Condividere le nostre paure e le nostre ansie ci permetterà di ridimensionarle.

“L’opposto dell’amore non è l’odio. Il vero opposto dell’amore è la paura. Quando ami ti espandi; quando hai paura ti rattrappisci. Quando hai paura ti chiudi; quando ami ti apri. Quando hai paura ti assalgono i dubbi; quando ami hai fiducia.” Osho

 


 

FONTI:

manucci c., curto c. le nuove coppie. modi e mode di stare insieme. armando editore

giusti e., pitrone a. essere insieme. terapia integrata della coppia amorosa. sovera editore

http://www.milano-psicologa.it/paura-di-innamorarsi.html

 

La fine di un amore. Come sopravvivere?

 FINE DI UN AMORE.

COME SOPRAVVIVERE?

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

Fine-di-un-amore

La fine di un amore, la perdita della persona amata è un dolore che tutti, almeno una volta nella vita, si sono trovati a dover affrontare.

Gia dai tempi antichi i poeti latini cantavano odi all’amore perduto. La fine di un amore è tuttoggi una delle principali fonti di ispirazione per cantanti, scrittori e poeti.

E’ un dolore intenso che porta con se sentimenti di perdita, abbandono, paura e incertezza.

Cosa comporta la fine di una relazione?

In un precedente articolo avevamo visto insieme quali fossero le fasi evolutive di una coppia e i passaggi critici che avrebbero potuto portare a una rottura della relazione. (http://www.mariacristinazezza.com/psicologia-di-coppia-come-nasce-e-finisce-un-amore/)

Oggi vedremo insieme quali sono le reazioni e i sentimenti che accompagnano l’elaborazione di questa separazione sia dalla parte di chi subisce la rottura sia da parte di chi l’agisce. Ricordiamoci che la fine di una relazione è una perdita e un lutto per entrambi i partner che si trovano a dover riorganizzare completamente la propria vita, ristabilire una propria identità ed elaborare la perdita. Se da un lato avremo sentimenti di abbandono, perdita, disperazione, dall’altra potremo trovare sentimenti di colpa, responsabilità, tristezza e dolore per la separazione avvenuta.

L’ elaborazione della perdita della persona amata avviene per diverse fasi:

La prima reazione è quella di shock o negazione. Non possiamo credere che la relazione sia veramente finita, che il nostro partner abbia deciso di lasciarci o che non ci ami piu. In questa fase è frequente la speranza di un riavvicinamento, anche quando la logica la smentisce. Il partner lasciato tenterà ossessivamente di entrare in contatto con la persona amata, direttamente o indirettamente. Cercherà spiegazioni, motivi e rassicurazioni. Perché? Perché è successo? Cosa ho fatto? Cosa è cambiato? Queste sono solo alcune delle domande che chi è stato lasciato tende a porsi guidato dall’erronea convinzione che il cercare, a tutti i costi, di capire sistemerà la situazione o che questo è l’unico modo per superare il senso di vuoto, di perdita provato. Se è vero che in alcune occasioni il cercare di razionalizzare possa rivelarsi utile, è altrettanto vero che ciò non accade quando in gioco ci sono i sentimenti; l’essere coinvolti offusca infatti così tanto la nostra mente che qualsiasi spiegazione possiamo darci non servirà ad alleviare il dolore. Dall’altro lato della coppia in questa fase sono presenti forti sentimenti di colpa e responsabilità, dubbi e dolore nel dover rifiutare i tentativi di riavvicinamento del partner.

Passata la fase di shock e negazione di quanto avvenuto possono insorgere sentimenti di rabbia nei confronti dell ex partener. Mentre nella prima fase tutte le colpe sono rivolte verso se stessi, adesso le colpe vengono attribuite al partner. Ci si sente vittime di una persona che ha rovintato la nostra vita e che non era degna di noi.                                         Tali sentimenti sono normali nell elaborazione della perdita, tuttavia se non vengono sufficentemente elaborati possono condurre a condotte violente oppure all’ isolamento sociale e al precludersi possibili future storie per la rabbia sperimentata.

Si arriva quindi alla fase del patteggiamento, della riparazione. Ci si chiede cosa avremmo potuto e cosa potremmo fare per riparare la situazione. I “se avessi fatto…”, “se mi fossi comportato/a…” diventano i tarli che ci perseguitano.

Ma non si può cambiare il passato e faticosamente dobbiamo guardare al futuro, arrivando alla fase della consapevolezza e della rassegnazione che ci avvolge e che non ci lascia possibilità, se non quella di arrenderci ad essa, aspettando che passi. Il dolore  va lasciato scorrere e spesso in questa fase si tende ad ignorarlo, pensando che in questo modo svanisca più velocemente. Si evita di pensare a lui/ lei, si evitano i posti che ci legano alla nostra storia, ci si butta a capofitto nelle attività quotidiane, ma in realtà più evitiamo, più rimaniamo legati, perché proprio evitando qualcosa ci ricordiamo che essa è sempre lì. E’ solo cominciando a soffrire che si smetterà di farlo. Solo toccando il fondo del nostro dolore sarà possibile risalire.

Per ultimo si giunge alla fase dell’accettazione, in cui finalmente diveniamo l’unica persona indispensabile a noi stessi, ci apriamo a nuove esperienze e a nuovi orizzonti, riprendiamo in mano la nostra vita e noi stessi. Si impara a bastarsi da soli e ad essere pronti a guardare il mondo.

Il processo di elaborazione della perdita non è semplice e richiede forza e impegno e dura all’incirca dai 6 ai 12 mesi. E’ importante concetrarsi su se stessi cominciando col coltivare attività appaganti e piacevoli, che magari erano state abbandonate o scoprirne di nuove. E’ necessario prendersi cura di se stessi e ripristinare la propria autostima che può essere stata minata dalla rottura con il proprio partner.

E’ infine importante, essere consapevoli che la fine di una storia non implica una mancanza del proprio valore, non vuol dire che siamo inadeguati o non siamo abbastanza. E’ difficile riuscire ad incastrare due mondi, a trovare il giusto incastro e questa non è colpa di nessuno.

Per concludere, vorrei sfatare alcuni miti riguardo alla perdita e al lutto:

Il dolore andrà via più in fretta se lo ignoriamo. FALSO

Cercare di ignorare il dolore lo renderà ancora più forte e ritarderà la nostra presa di consapevolezza necessaria al superamento della sofferenza. Come diceva Anthony De Mello: “Quando si combatte qualcosa le si è legati per sempre; finché la si combatte le si da potere”. Non combattiamo il dolore ma viviamolo consapevolmente.

È importante essere forti di fronte alla perdita. FALSO

Sentirsi soli, spaventati o tristi è una normale reazione alla perdita. Piangere non significa essere deboli ma mostrare i propri veri sentimenti.

Se non si piange vuol dire che non si sta male. FALSO

Il dolore non viene espresso allo stesso modo da tutti. Ci sono persone che hanno difficoltà ad esprimere i propri sentimenti e il loro dolore è profondo e muto. Stanno soffrendo e non riescono ad esprimerlo.

 

Ricominciare dopo la fine di una storia è possibile. Solo vivendo il dolore della separazione si potrà arrivare a conoscere veramante se stessi e ripartire più consapevoli di prima.

 


bibliografia:

kubler-ross e. 2005. la morte e il morire, assisi cittadella editore

andolfi m. 1999 la crisi nella coppia. raffaello cortina editore

scoppio v. lutto perdita separazione divorzio e abbandono.

algeri d. le cose dell’amore. superare la fine di una relazione.

 

LITIGARE IN COPPIA. COME FARLO IN MODO COSTRUTTIVO? Impariamo a gestire i conflitti!

LITIGARE IN COPPIA.

COME FARLO IN MODO COSTRUTTIVO?

Impariamo a gestire i conflitti!

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

litigare

All’interno della coppia è frequente e, per alcuni versi salutare, avere dei confronti e delle discussioni.

In alcune circostanze, quando le nostre emozioni e la nostra rabbia prendono il sopravvento, ci troviamo ad affrontare una vera e propria battaglia di coppia, nella quale non ci si ascolta, ci si accusa, si recrimina e non si trovano soluzioni.

Quando discutiamo in preda alla rabbia, le nostre emozioni ci portano a mettere in atto dei meccanismi che causano un blocco della comunicazione e si finisce con il litigare, ritirarsi o evitare il conflitto, biasimare o accusare, non ascoltare l’altro o cambiare discorso di accusa (ad esempio far riferimento a problemi passati o ad altri problemi irrisolti).

Bisogna tener presente che quando si discute, stiamo cercando di esprimere all’altro dei nostri bisogni, delle nostre paure e dei nostri dispiaceri. La rabbia infatti è un insieme di dolore e delusione.

Quali sono questi meccanismi che ostacolano la comunicazione?

All’interno di una discussione di coppia è frequente l’utilizzo del messaggio TU (“sei tu che ti comporti male!”, “sei tu che torni a casa tardi!” “tu non mi capisci”). Tale messaggio è un messaggio colpevolizzante ed accusatorio che porterà il nostro interlocutore a chiudersi e a mettersi sulla difensiva. Penserà quindi a difendersi prima che a capire e ad ascoltare. Inoltre il sentirsi accusato susciterà sentimenti di rabbia e cercherà argomenti per attaccare l’altro.

Utilizzo di “mai” e “sempre”. Questi sono termini assolutistici. Quando ci sentiamo dire che non facciamo “mai” una determinata cosa o che ci comportiamo ” sempre cosi” ci sentiamo svalutati e accusati in toto e la nostra reazione è sempre quella di difenderci e provare rabbia.

Risolvere problemi quando si è in preda all’emozioni è quindi molto difficile in quanto o ci ritiriamo ed evitiamo il conflitto aumentando frustrazione e rabbia, o ci mettiamo sulla difensiva. In entrambi in casi la comunicazione viene bloccata, con il risultato che non ci si ascolta.

Cosa fare allora per gestire in un modo costruttivo un conflitto?

E’ importante, innanzitutto calmarsi prima, non affrontare direttamente l’argomento quando ci sentiamo troppo arrabbiati.

Stabilire da subito delle regole come ad esempio il parlare a turni, esplicitando questa necessità con frasi come “Facciamo a turno, prima parli tu (o viceversa) e io ti ascolto e cerco di comprenderti e poi parlo io per come ho vissuto le cose io, senza interromperci altrimenti non riusciamo a capirci”.

Quindi:

  • fermarsi e calmarsi
  • stabilire regole e luogo neutro dove parlare
  • non interrompersi
  • dimostrare di capire l’altro

Evitiamo di usare il messaggio TU e cerchiamo di utilizzare il Messaggio IO. In questo modo metteremo in primo piano quelle che sono le nostre emozioni, come noi abbiamo interpetato la situazione cosa noi abbiamo provato a seguito di un determinato comportamento. Questo permetterà al partner di non sentirsi accusato ma di mettersi nei panni di quello che stiamo provando noi.

Quindi:

  • Come ci sentiamo, nostri sentimenti (io mi sento..)
  • Comportamento del partner o situazione (quando tu… o quando succede…)
  • Si specifica in che modo tale comportamento ci suscita quell’ emozione (perchè…)
  • Si esprime ciò che si desidererebbe, il nostro bisogno. (io vorrei..)

Con la frase “Io mi sento triste – Quando non mi ascolti – Perché mi sento ignorato e non capito – E vorrei che tu mi considerassi di più” si otterranno sicuramente più risultati che non utilizzando la tecnica messaggi tu “E’ colpa tua – Quando tu non mi ascolti – Perché mi ignori – Tu sei un egoista”. Nell’ultimo caso l’interlocutore si offenderà, o si arrabbierà e probabilmente attiverà un atteggiamento di difesa che interferirà con la comunicazione.

Dimostrare di ascoltare l’altro e cercate di capire quello che vi sta dicendo.                   Riassumete o parafrasate quello che ha detto e verificate se avete capito (“quindi stai dicendo che quando succede questa cosa tu ti senti triste, intendi questo? “).

In questo modo dimostriamo all’altra persona che la stiamo realmente ascoltando e che stiamo cercando di capirla.

Infine è importante concentrarsi sul problema attuale e non tirare fuori altri problemi non inerenti a quello presente. E’ necessario, quindi “rimanere in tema” per riuscire davvero a risolvere la questione.

Bisogna, quindi:

  • focalizzarsi su un problema,
  • concordare su cosa parlare
  • eprimere i propri bisogni e sentimenti
  • cercare insieme varie soluzioni possibili (anche scrivendole e facendo una lista)
  • non fare promesse ma programmarsi piccoli obiettivi da raggiungere e verificare poi se sono stato raggiunti.

Comunicare all’interno della coppia in situazioni di stress può non essere facile se non ci sentiamo capiti, non ci sentiamo ascoltati, ci sentiamo accusati.

Modificando il modo in cui comunichiamo e cosa comunichiamo ci dimostriamo più aperti all’altro e sentiremo l’altro piu vicino a noi.

Sarà quindi possibile capirsi, ascoltarsi e non accusarsi.

VERO O FALSO DEL RAPPORTO DI COPPIA

RAPPORTO DI COPPIA

VERO O FALSO?

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

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Si parla tanto e spesso di coppie, amore, amore vero, l’altra metà della mela.

Ma quante delle comuni credenze circa l’amore sono vere e quante invece vengono travisate?

Esiste davvero chi può completarci? E’ vero che aspettando prima o poi arriva il grande amore?

Vediamo insieme di sfatare falsi miti e parlare di coppia.

L’amore si può imparare. Vero.                                                                                       L’amore romantico è un ingrediente necessario, ma non sufficiente per una relazione amorosa soddisfacente. Per la costruzione di una relazione amorosa appagante è importante l’ingrediente dell’impegno e della volontá oltre alla consapevolezza della modalitá con cui ognuno si relaziona all’altro.
Dedicare tempo all’unione di coppia e della famiglia è un compito indispensabile per favorire uno sviluppo sano delle relazioni.Vero.                                                    Dedicare tempo e attenzioni che riflettano l’impegno nel portare avanti la relazione sono condizioni necessarie per la sua sussistenza. Una storia che va avanti per inerzia è destinata ad andare incontro a qualche ostacolo.
Un buona relazione ha a che fare con il sesso. Vero.
Il sesso permette un’intimitá che è estremamente importante per conoscere l’altro.

Il sesso risolve tutto. Falso                                                                                        Sbagliato, il sesso è comunicazione nella coppia. In alcuni casi sostituisce le parole che non si trovano, che non si riesce a dire, di cui abbiamo paura. Ma non funziona sempre così. Se qualcosa non va fuori dal letto, è probabile che anche sessualmente si resti muti, silenziosi, rancorosi, spenti. Inoltre deve essere spontaneo e soddisfacente più che perfetto e secondo le regole. Il piacere non sta in durata e performance. Può stare anche dove non c’è l’orgasmo. Se riusciamo a farne uno spazio di vera intimità, scambio, libertà.

Basta l’amore a far funzionare tutto. Falso
Non basta, invece. Consapevolezza, comprensione, empatia, vicinanza, dialogo, rispetto, complicità: questi ed altri ingredienti sono necessari perché una relazione funzioni nel tempo. La capacità di fare squadra, più che la passione, aiuta la tenuta del rapporto. La coppia è un luogo vitale, dove si devono muovere forze varie e complesse, l’amore è solo una di queste.
Prima o poi aspettando si trova la persona giusta. Falso
Spesso ci si ancora alla fantasia del principe azzurro o della principessa dei sogni che arriverá. Ciò che in realtá conta è prendere in mano la propria vita e portarla in direzione dei propri valori fiduciosi delle proprie risorse. Aspettare passivamente che le cose cambino non servirá a trovare la persona che ci salverá. Solo noi possiamo salvare noi stessi.

Il mio compagno mi completerà. Falso
Les e Leslie Parrot, terapeuti di coppia, sostengono: ‘Se costruirai la tua intimitá prima di costruire la tua identitá, le tue relazioni saranno tutte tentativi di completare te stesso e per lo piú saranno dei fallimenti’.

Cercare l’altra metà, l’anima gemella. Falso                                                                 Inutile aspettarsi che l’altro ci risolva, ci guarisca, ci completi. O che dia risposta ai nostri problemi, alle nostre insoddisfazioni. Il partner non deve salvarci, proteggerci, ma forse prendersi cura di noi. Poter contare sull’altro è cosa diversa. Chi crede di trovare la propria “guarigione” nell’altro, “ammala” anche la coppia.

Per stare bene insieme bisogna pensarla alla stessa maniera. Falso.
Le persone sono diverse geneticamente, fisiologicamente e psicologicamente. Una relazione è piú piacevole quando l’altro l’arricchisce con le sue differenze.

Bisogna condividere tutto: interessi, passatempi, amicizie. Falso                              Chi dice che si devono avere gli stessi gusti per stare insieme? Non siamo solo fidanzati o marito/moglie nella vita, siamo anche altro, e non è detto che il partner debba essere presente in ogni nostra sfera di interesse. Intromissioni e musi lunghi perché uno dei due fa cose che all’altro non piacciono sono molto pericolosi. Perché è legittimo allontanarsi dalla coppia per il lavoro e non per altri ambiti esistenziali? Qui si giocano due temi scottanti per la coppia: autonomia e dipendenza. Occorre sapersi collocare a una giusta distanza.

Una buona relazione richiede l’idillio.Falso.
La sensazione meravigliosa dei primi tempi dell’innamoramento svanisce sempre per trasformarsi in amore. Chi pensa che una relazione sia scadente se non è immersa nelle emozioni paradisiache dell’innamoramento non considera l’importanza e la passione delle piccole abitudini quotidiane.

Il sentimento non cambia. Falso
Invece sì, eccome. Si trasforma, assume nuove forme. Riferirsi solo all’intensità è riduttivo perché ci sono altre dimensioni necessarie come la profondità, ad esempio. Se nel tempo qualcosa si trasforma, perde lo slancio iniziale, si tende a credere che l’amore si stia esaurendo. Semplicemente cambia quello che proviamo, così come ognuno di noi e la coppia. Dal coinvolgimento passionale iniziale si passa alla condivisione, che non è mitica però più utile per andare avanti insieme nel quotidiano.

Una buona relazione richiede l’assenza di problemi.Falso.
Le coppie devono imparare a considerare la differenza di opinioni come momenti di crescita e riconnettersi a livello emotivo e non disconnettersi a causa di un problema. Discutere di per sè non è né buono né cattivo. Invece di evitare i conflittti, è bene imparare ad esprimere il disappunto e a gestire il conflitto.

Esiste un modo giusto e uno sbagliato di amare. Falso.
Ognuno costruisce le proprie buone modalitá di stare in relazione. È importante esserne consapevoli.

Essere sempre sinceri. Falso                                                                                          C’è bisogno di rivelare ogni cosa, ogni pensiero? A volte essere sinceri può ferire, deludere. Dietro la facciata della sincerità a tutti i costi, inconsapevolmente possiamo voler punire, aggredire. Tenere delle cose per sé non vuol dire non essere leali.
Pensare di possedere l’altro: Tu sei mio, io sono tua. Falso
Il più atroce e pericoloso tra i miti. Il desiderio di appartenenza che diventa bisogno di possesso. Se si sceglie di appartenersi non è per sempre, il rapporto va rinegoziato e confermato, ci si deve lavorare continuamente. Ogni giorno bisogna sentirsi, spontaneamente e per scelta, di appartenere a quella persona, nessun altro vincolo può e deve bloccarci. Nessuno ha il diritto di possederci senza la nostra volontà, di abusare di noi, di tenerci da qualche parte dove noi non abbiamo scelto di stare. Il rispetto dell’altro passa prima da quello per noi stessi. Immolarsi, sacrificarsi, privarsi, non devono esistere. Nessuno ci possiede, né noi possediamo l’altro. La gelosia, così tanto mitizzata come segno inequivocabile d’amore, è in realtà, nelle sue forme più acute, un sentimento egoistico, disgraziato e invadente.

La fedeltà a tutti i costi. Falso
La fedeltà sessuale non può essere un obbligo, inderogabile, perché il desiderio può prendere molte strade. È una scelta personale. Un impegno, eventualmente con noi stessi. Viene da sé quando esiste un senso del Noi di coppia forte e stabile. Alcune volte il tradimento è un campanello di allarme.

Se esci da solo/a allora non mi vuoi. Falso
Ecco a voi il mito dell’esclusività. La coppia è un spazio scelto, il preferito generalmente, per crescere, confrontarsi, conoscersi. Ma non è l’unico. Fare della coppia un vincolo, è dare una scadenza alla relazione. Se viviamo le scelte autonome dell’altro come una minaccia, siamo condannati a rimanere veramente soli. Perché più facilmente l’altro si sentirà vincolato e limitato e vorrà andarsene.

Rinunciare per “amore”. Falso
Stare in coppia non significa perdersi, rinunciare, mettersi in secondo piano. Vuol dire rimanere se stessi “vestendo” i panni dell’altro, rispettandolo. Chi rinuncia alle proprie amicizie, lavoro, interessi “per amore”, si sta annullando per dipendere sempre di più dal partner. A volte può essere una forma di controllo. La costruzione del senso del Noi inizia dalla propria individuazione e realizzazione, non è possibile prescindere da questo.

 

È inutile cercare chi ti completi, nessuno completa nessuno, devi prima essere completo da solo per poter esser felice.” E. Fromm

“Paradossalmente la capacità di stare da soli è la condizione prima per la capacità di amare.” E. Fromm

 


B. gasperini. il decalogo salvacoppia. amore&sesso, la repubblica 14 aprile 2014

e. giusti, a pitrone. essere insieme. terapia integrata della coppia amorosa. sovera 2004

Psicologia di coppia. Come nasce (e finisce) un amore?

 

PSICOLOGIA DI COPPIA

COME NASCE (E FINISCE) UN’ AMORE?

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

articolo coppia

 

Nell’arco della nostra vita è capitato a tutti (o quasi) di provare le farfalle nello stomaco, di credere di avere davanti la persona perfetta, di sognare amori infiniti….. e poi?

Dove vanno a finire le farfalle e gli occhi a forma di cuore?                                                     Cosa succede all’interno di una coppia?                                                                           E ancora, L’innamoramento può considerarsi di per se amore?

Sono tante le domande che spesso ci facciamo riguardo ai rapporti di coppia.

Un risposta viene dalle ricerche sulla psicologia di coppia, la quale spiega l’evolversi della coppia in base a fasi.                                                                                                       Non tutti possono passare queste fasi e sopratutto ogni coppia può passarle con tempistiche diverse.

Bander e Pearson, due autori americani, hanno formulato un modello a 5 stadi prendendo spunto dal modello di Margaret Mahler sullo sviluppo affettivo del bambino in relazione a chi si prende cura di lui. Tale sviluppo parte da un iniziale tipo di rapporto simbiotico con la madre (primi mesi di vita) e passa lentamente a differenziarsi da lei fino ad arrivare ad una individuazione.

Cosi come nel bambino, anche nella coppia (quante volte abbiamo sentito dire che i rapporti attuali sono influenzati dal modo in cui siamo stati cresciuti dai nostri genitori?) si procede per fasi o stadi.

In particolare nell’evoluzione della coppia si passerebbero 5 stadi:

 

1- SIMBIOSI:

Questa fasa viene definita la fase dell’innamoramento.                                       Nell’innamoramento, si idealizza il partner e si perdono i confini rispetto a lui/lei: le due persone sono inseparabili e spesso si distaccano dalle rispettive famiglie e dalle amicizie, passano insieme molto tempo e tendono a considerare molto le somiglianze reciproche, trascurando le differenze. Lo scopo di questa fase è stabilire il legame o attaccamento. Approssimativamente dura 6-9 mesi; oltre questo periodo la fusione diventa sintomo di dipendenza e angoscia d’abbandono e può condurre alla strutturazione di coppie simbiotiche disfunzionali (tipo invischiato o dipendente-ostile).

 

2- DIFFERENZIAZIONE:

Questo è lo stadio successivo a quello simbiotico nell’evoluzione della coppia.                     La differenziazione è conseguenza alla delusione che l’altro non è la figura idealizzata creata nella fase di innamoramento. Questa fase è anche detta del «risveglio», e suscita sentimenti contraddittori: da una parte è deludente constatare le differenze, le divergenze; dall’altra può diventare gratificante e stimolante scoprire l’altra persona nella sua unicità. In pratica una coppia evolve dallo stato simbiotico a quello della differenziazione quando comincia a pensare in maniera indipendente e vi è uno spostamento verso l’introspezione. Le difficoltà diventano più intense quando uno dei due non è pronto, e mette in atto tutti i tentativi per mantenere lo status quo della simbiosi. In questo caso il cambiamento viene visto come un segnale di deterioramento patologico del rapporto, anziché come un naturale processo evolutivo.                                                                   Emergono quindi, le differenze tra i partners e i primi conflitti. I partners hanno bisogno di conoscersi realisticamente (esame di realtà), accettare le inevitabili differenze e valutare le possibilità/disponibilità a venirsi incontro e crescere insieme. Va individuata la permanenza di alcuni processi simbiotici: per es. le manipolazioni finalizzate a cambiare l’altro, i tentativi di nascondere/evitare il conflitto impedendo la differenziazione. I sentimenti personali di delusione, perdita e tradimento devono essere affrontati insieme e risolti affinché la coppia consolidi un attaccamento sicuro. Lo scopo di questa fase è la capacità di esprimere e accettare le singole individualità e le reciproche differenze gestendole in modo costruttivo e soddisfacente per entrambi (capacità di problem-solving). La ridefinizione dei propri confini viene espresso attraverso attività e spazi separati. L’accettazione e l’espressione delle singole individualità conduce ad un senso profondo di cooperazione e intimità.

 

3- SPERIMENTAZIONE

I partner sentono fortemente il bisogno di individuarsi e riconoscersi come diversi, sperimentandosi all’esterno, per cui l’altro può essere percepito come limitante l’autonomia. In questa fase, i partner hanno il compito di consolidare il potere e l’autostima personale, riscoprendosi come individui. Sviluppare il sé sociale diventa prioritario rispetto alla relazione. Questa fase è fortemente influenzata dalle esperienze precedenti: da come l’individuo singolo ha sentito riconosciuti i suoi bisogni di esplorazione nella sua infanzia e da quanto la coppia è riuscita a definire un attaccamento sicuro nelle fasi precedenti. In ogni caso è una fase difficile: la fusione viene percepita come minaccia all’individuazione e all’autorealizzazione; la relazione tra i partners diviene secondaria; ci si difende dalla troppa intimità; la soddisfazione più eccitante proviene dall’esterno. Gli individui che non hanno attraversato una sana simbiosi e una buona differenziazione temono che la relazione minacci la loro fragile autonomia/individuazione oppure, al contrario, percepiscono l’autonomia dell’altro come un segnale di abbandono (coppia ostile–dipendente). Gli individui che hanno invece raggiunto una sana autonomia riescono ad apprezzare quella dell’altro e procedono gradualmente verso il riavvicinamento della fase successiva senza timori di perdere l’indipendenza raggiunta.

 

4- RIAVVICINAMENTO

Le coppie che hanno attraversato in modo positivo le precedenti fasi riscoprono la voglia di impegnarsi costantemente con l’altro e di lasciarsi andare alla vulnerabilità e all’intimità. Alcune tensioni sono causate dall’ancora persistente oscillazione tra periodi di crescente intimità e sforzi di ristabilire l’indipendenza. Gli obiettivi di questa fase sono: la capacità di impegnarsi/coinvolgersi con l’altro (anche in situazioni di disaccordo) e di esprimere se stessi e la propria individualità senza paura di rendersi vulnerabili, di perdere autostima/autonomia, di allontanare il partner. Raramente queste coppie vengono in terapia se non per eventi stressanti esterni alla relazione (lavoro, trasferimento, malattia). Possibili conflitti nascono se uno dei due partner è ancora nella fase di sperimentazione.

 

5- INTERDIPENDENZA

Si raggiunge la piena intesa: si è superato il difficile processo di conoscere sé e l’altro, integrare le diverse individualità, sviluppare strategie per corrispondere con rispetto e sensibilità ai bisogni di entrambi, condividere progetti e prospettive. I partners hanno consolidato reciprocamente la percezione della costanza dell’oggetto amato. Questa è la fase dell’amore maturo. Amare l’ altro per quello che egli è realmente e con i suoi difetti. È la fase in cui si scopre che il difetto dell’altro fa sorridere, è la fase in cui se i due discutono lo fanno sui contenuti e non sulla persona

Come abbiamo visto alla fase dell’innamoramento e dell’idealizzazione ne seguono diverse altre, ognuna delle quali pone nuove sfide e nuovi compiti da affrontare nella coppia. Il modo di affrontarle deriverà dal carattere dei partner, dalle loro esperienze passate, dal loro stile di attaccamento. Se la coppia sarà in grado di superare le diverse fasi si arriveà alla fase dell interdipendenza in cui si ama l’altro e se stessi senza timore. Qualora vi sia un ostacolo, invece, nelle fasi della differenziazione o della sperimentazione è probabile che la coppia vada incontro ad una crisi, ad un conflitto o ad una separazione.

(Il tema della separazione meriterà, poi, un approfondimento a parte per la sua importanza e per le conseguenze psico-sociali che la caratterizzano.)

 


Bibliografia
 

Andolfi M., La crisi della coppia, una prospettiva sistemico-relazionale, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2005

Carotenuto A., Eros e Pathos, Tascabili Bompiani, Milano, 2005

Mannucci C., Curto C., Le nuove coppie, modi e mode di stare insieme, Armando editore, Roma                                                                                                                                        

Loria E., La “Differenziazione” come momento di crisi del rapporto di coppia, Psicologia Psicoterapia e Salute, 1996

Bader E., Pearson P. (1988). In quest of the mythical mate: a developmental approach to diagnosis and treatment in couples therapy. New York: Brunner Mazel.

Omofobia. Fobia di cosa?

OMOFOBIA
FOBIA DI COSA?

 A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

om

Il 17 maggio di ogni anno si celebra la Giornata internazionale contro l’omofobia.

L’omofobia che cos’è? Da dove nasce?

Il termine omofobia compare nel 1972, nel libro di G. Weinberg “Society and the Healthy Homosexual” definendolo come la “paura irrazionale, l’intolleranza e l’odio perpetrati nei confronti delle persone omosessuali, gay e lesbiche, dalle società “eterosessiste”, che si rifanno a uno schema ideologico che nega, denigra e stigmatizza ogni forma di comportamento, identità, relazione o comunità di persone non eterosessuali”.
Sento spesso dire in base a qualche tipo di psicologia spicciola che l’omofobia sia dovuta a un’omosessualità latente. Permettetemi di sfatare questo falso mito. Certo, in alcuni casi potrebbe essere vero, ma il discorso non è cosi semplicistico.

Le radici dell’omofobia derivano innanzitutto dalla cultura prevalentemente eterosessita in cui viviamo. Nasciamo e veniamo crsciuti infatti, in base all’assunto che si cresca ci si sposi e si facciano figli. Questo concetto di cosa sia la normalità della sessualità e della famiglia ci viene inculcato fin da piccoli. L’omosessualità diviene quindi automaticamente diversità, perversione, patologia, immoralità e tutto quanto può comportare un atteggiamento che devia dalla norma imposta. Va considerato che la paura del “diverso” è qualcosa di radicato nell’animo umano. Nella storia del mondo è successo più volte che individui o gruppi sociali che si differenziavano dalla maggioranza dominante, ad esempio per il colore della pelle, per il credo religioso, per il sesso, siano stati vittime di fenomeni di oppressione, di un atteggiamento generalizzato di diffidenza o disprezzo. Per di più, i cambiamenti sociali a cui assistiamo (maggiore integrazione razziale, maggiore visibilità degli omosessuali, legalizzazione dei matrimoni gay in larga parte del mondo occidentale) possono stimolare ulteriormente la paura del cambiamento e rendere, perciò, alcuni individui più sospettosi e ostili e, quindi, più inclini a sviluppare sentimenti omofobici.
Inoltre fino agli anni ’70 l’omosessualità era inserita nel Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali come Deviazione sessuale al pari della pedofilia o delle parafilie e questo sicuramente ha contribuito a considerarla una malattia. Nel 1973 l’omosessualità è stata rimossa dalla lista delle malattie mentali ed è stata invece riconosciuta la natura dell’omosessualità come ‘variante non patologica del comportamento sessuale’: le persone omosessuali possiedono un’identità psichica suscettibile alle patologie né più né meno di quella degli eterosessuali. Vent’anni dopo, nel 1993, la  stessa decisione veniva ufficialmente condivisa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Il mondo della sanità (psicologi, psichiatri, medici), quindi, è concorde oramai nel ritenere l’omosessualità maschile e femminile una variante normale, non patologica del comportamento sessuale, proprio come l’eterosessualità maschile e femminile; l’omosessualità è “solo” uno dei possibili orientamenti sessuali di una persona.

Le radici dell’omofobia, nascono quindi da una cultura eterosessita che prende per normale e giusto solo un tipo di sessualità, da norme sociali e culturali rigide, da chiusura mentale e ignoranza (ad oggi c’è chi la definisce ancora una malattia), e discriminazione verso ciò che è diverso da se stessi.

 

Quali conseguenze?

Le conseguenze dell’omofobia riguardano importanti ripercussioni sociali e psicologiche per la persona omosessuale. In particolare rispetto a due aree:

il bullismo omofobo
l’omofobia interiorizzata

Per bullismo omofobo si intendono “quei comportamenti violenti a causa dei quali una persona viene esposta ripetutamente ad esclusione, isolamento, minaccia, insulti e aggressioni da parte del gruppo dei pari, di una o più persone che stanno nel suo ambiente più vicino, in una relazione asimmetrica di potere, dove gli aggressori o “bullisi servono dell’omofobia, del sessismo, e dei valori associati all’eterosessismo. La vittima sarà squalificata e de-umanizzata, e in generale, non potrà uscir fuori da sola da questa situazione, in cui possono trovarsi tanto i giovani gay, lesbiche, transessuali o bisessuali, ma anche qualunque persona che sia recepita o rappresentata fuori dai modelli di genere normativi” .
A partire da questa definizione, possiamo comprendere le forme differenti che il fenomeno assume, e che vanno dai comportamenti di tipo verbale alle violenze fisiche: derisioni, insulti, prese in giro, scritte sui muri o esclusione dal gruppo di pari, fino ad arrivare a violente prepotenze. Tali comportamenti si verificano a partire gia dalla giovane età, sopratutto in ambiente scolastico, fino ad arrivare anche all’ambiente lavorativo e di vita dell’adulto.

Rispetto al bullismo che conosciamo, il bullismo omofobo ha particolari conseguenze in quanto, citando il professor Vittorio Lingiardi:

1) Le prepotenze chiamano sempre in causa una dimensione nucleare del Sé psicologico e sessuale.

2) La vittima può incontrare particolari difficoltà a chiedere aiuto agli adulti (teme di richiamare l’attenzione sulla propria sessualità, con i relativi vissuti di ansia e vergogna, e il timore di deludere le aspettative dei genitori). Tra l’altro, gli stessi insegnanti e genitori possono a volte avere pregiudizi omonegativi, da cui svariate conseguenze: reazioni di diniego che portano a sottostimare o negare gli eventi; preoccupazione per l'”anormalità” del bambino, con relativi propositi di “cura”; atteggiamento espulsivo che si aggiunge alle dinamiche persecutorie.

3) Il bambino vittima può incontrare particolari difficoltà a individuare figure di sostegno e protezione fra i suoi pari. Il numero dei potenziali “difensori della vittima” si abbassa nelbullismo omofobico: “difendere un finocchio” comporta il rischio di essere considerati omosessuali.

4) Il bullismo omofobico può assumere significati difensivi rispetto all’omosessualità. Attraverso gli agìti omonegativi, il bambino afferma il suo essere “normale” e la propria conformità al genere; le prepotenze omofobiche potrebbero essere l’unico modo per dare sfogo ad affetti omosessuali repressi”.

In  una  società  fortemente  ostile  agli  omosessuali,  gay  e  lesbiche  devono  percorrere  un cammino  molto  difficile  e  problematico  attraverso  il  quale  riconoscere  il  loro  orientamento sessuale, sviluppare una identità basata su di esso, svelare il proprio orientamento sessuale agli altri (coming-out). Essendo cresciuti in una società in cui la cultura dominante è in larga parte eterosessista, i gay e le lesbiche spesso provano sentimenti negativi verso se stessi una volta riconosciuta  la  propria  omosessualità,  poiché  hanno  imparato  ad  accettare  l’eterosessualità come la norma e come l’unico modo corretto di essere. Soprattutto per i soggetti che si trovano ai primi stadi del processo di formazione dell’identità omosessuale, e in generale per chi non è capace di gestire efficacemente lo stigma associato all’identità gay o lesbica, la percezione di un  ambiente  familiare  e  sociale  repressivo  può  portare  a  interiorizzare  pensieri  e  sentimenti negativi nei confronti dell’omosessualità, e ciò può esprimersi sul piano psicologico attraverso la vergogna e il senso di colpa, la bassa autostima e la scarsa accettazione di sé.
L’omofobia interiorizzata sono quindi quei sentimenti di colpa, vergogna, disprezzo e rifiuto per se stessi che possono sviluppare i ragazzi omosessuali. Date le pressioni, l’isolamento e la condanna sociale il ragazzo può pensere e sentire di essere sbagliato, di non essere normale. Questi sentimenti possono portare a sviluppare un odio verso se stessi e gli altri omosessuali, sentimenti di inadeguatezza e di vergogna che, nei casi piu gravi spinge il giovane omosessuale anche al suicidio.

Il tema dell’omosessualità e dell’omofobia è quanto mai attuale e delicato per le implicazioni sociali culturali e religiose che lo riguardano.
Fino a quando ci saranno cosi tanti stereotipi e pregiudizi nei confronti di una cultura altra rispetto a quella eterosessista , sarà difficile riuscire a contrastare questi fenomeni. Nel nostro piccolo possiamo però cambiare le cose: promuovendo una cultura di accettazione di se e degli altri, capendo che ciò che noi reputiamo diverso da noi stessi non è ne malattia ne errore, e che nessuna persona debba essere considerata diversa, sbagliata o pericolosa in base a un orintamento sessuale, religioso, razziale diverso dal nostro e sopratutto che nessuno merita di essere discriminato, aggredito o punito per questo.


 Bibliografia

A. Montano. “L’omofobia   interiorizzata   come   problema   centrale   del   processo   di formazione dell’identità omosessuale”, Rivista di Sessuologia, Vol 31 – n.1 anno 2007

Pietrantoni, L. (2006). Saperi innominabili: la ricerca psico-sociale sulle tematiche gay e lesbiche in Italia. Omosapiens, pp. 15-21.

V.Lingiardi (2012) Citizen gay. Affetti e diritti, il Saggiatore

Fonti:

Omosessualità e omofobia

http://www.sinapsi.unina.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/378

http://lecosecambiano.org/blog/16