Dimmi che padre hai avuto e ti dirò che uomo cerchi

DIMMI CHE PADRE HAI AVUTO E TI DIRO’ CHE UOMO CERCHI

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

Spesso abbiamo sentito parlare del Complesso di Edipo nello sviluppo dei bambini, in cui in una determinata fase dell’infanzia il bambino vuole conquistare la madre contrapponendosi  al padre.Meno spesso si parla del corrispettivo femminile, ossia il complesso di Elettra in cui la bambina, desiderando conquistare il padre, si mette in competizione con la madre.

Nelle bambine, l’”attrazione” nei confronti del padre fa sì che la figura paterna, con le sue peculiarità, diventi il modello che verrà adottato come confronto nelle relazioni sentimentali dalla donna adulta. La scelta inconsapevole di un partner simile al padre o la scelta inconsapevole di un partner totalmente differente dal padre potrebbero portare la donna a costruire relazioni disfunzionali per se stessa.

Se il complesso di Elettra non viene superato ed elaborato la bambina, diventando donna, continuerà a ricercare ossessivamente ed inconsapevolmente le caratteristiche paterne nei partner sentimentali. Questo da un lato può portare le donne a ricercare nella relazioni  le stesse caratteristiche disfunzionali avute nella relazione paterna riproponendo quindi i modelli disadattivi appresi nell’infanzia o, al contrario, se la figura paterna è stata idealizzata ad avere come metro di giudizio il padre idealizzato ed ogni partner quindi risulterebbe inadeguato. Queste donne si sentono  eternamente insoddisfatte e critiche nei confronti degli uomini, poiché non riescono a consapevolizzare come dentro di loro stiano ricercando un padre partner piuttosto che una vera relazione matura. Sono donne che non riescono a sviluppare una autonoma capacità di contenimento ed amorevolezza nei confronti di sé.

 

Quale padre – Quale partner?

  1. L’autoritario
    Chi ha avuto un padre autoritario, severo ed intransigente, spesse volte impegnato e assorto solo nelle attività lavorative/professionali, potrebbe sviluppare una forte insicurezza e bassa autostima per cui tenderà a ricercare un partner altrettanto dominante duro e discontinuo in quanto è il modello relazionale che ha imparato .
    Il partner ideale e funzionale a cui bisognerebbe aspirare è, invece, un partner che ami il dialogo (comunicazione che non è stata possibile nella relazione paterna), che ascolti e non giudichi, creando un rapporto paritario e simmetrico. Una valida alternativa è l’autorevole, che si pone come guida, ma è aperto al confronto, che dà sicurezza, ma non toglie l’autonomia.

    2. L’amicone
    Il padre amico se da un lato ha permesso la confidenza, la spensieratezza e il buonumore, dall’altro non ha rappresentato una figura- guida forte e quindi può indirizzare verso comportamenti superficiali e perennemente infantili.  Per contrapposizione, la scelta di un partner funzionale potrebbe ricadere su un uomo concreto e pratico, che prenda in mano la sua vita con responsabilità. Può essere adatto anche un compagno ironico e “leggero”, a patto che la donna non diventi la colonna portante della coppia, facendogli da madre invece che da compagna.

    3. Il disinteressato
    La terza tipologia paterna è quella del padre disinteressato ed emotivamente assente nei confronti della figlia.
    Un padre così è un evitante, che spesso nasconde dietro la sua evanescenza il suo essere anaffettivo. Spesso costruisce rapporti frammentati con la figlia, fatto di assenze e di poca comunicazione, che possono portare a scatenare paura, insicurezze e rabbia, ma anche chiusura verso il mondo maschile, pensando che mai nessuno possa mai comprenderla veramente.   
    Il rischio di duplicare la stessa dinamica è quello di rincorrere uomini centrati su se stessi, egoisti e sfuggenti, che si danno poco e che non danno mai certezze. Meglio mirare a compagni empatici, consapevoli della propria emotività, che non hanno paura di esternarla e di mettersi in gioco con il cuore.

    4. L’inimitabile
    Questa tipologia di padre potrebbe essere il padre ideale, che non solo fa sorridere, ma protegge ed educa con tenerezza e collaborazione con la madre. Avere avuto un padre così, non solo fa crescere una figlia come donna sicura e autonoma, ma le permette di relazionarsi in modo sereno con il genere maschile, conscia delle sue potenzialità e consapevole di ciò che cerca in una storia. Tuttavia, chi ha avuto un padre presente, empatico, supportivo e presente potrebbe rimanere incastrata nella visione del padre come “uomo migliore del mondo”. Questa tipologia di donne potrebbe essere attratta dall’esatto opposto: uomini inconcludenti e che abbassano l’autostima, poiché desiderano inconosciamente che il padre rimanga l’uomo migliore della propria vita.
    L’uomo “giusto” da cercare, invece, sarà quello che, come il padre, deve trasmetterle la stima di sé dimostrandosi interessato a lei sinceramente, rispettandola e amandola ogni giorno.

Le nostre relazioni dell’infanzia, dunque, creano dentro di noi dei modelli relazionali su cui baseremo le nostre relazioni adulte. Essere consapevoli delle nostre ferite e dei nostri vissuti ci permette di poter intervenire per arrivare a conoscere quell’amore che tanto avremmo voluto e che tanto vorremmo.

 

“La consapevolezza è il primo passo verso il cambiamento”  (N.Branden)

 


http://d.repubblica.it/amore-sesso/2014/09/08/news/che_uomo_cerco_padre_famiglia-2270082/

Il Narcisista: se lo conosci, lo eviti!

Narcisista: se lo conosci lo eviti!

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

Avere a che fare con un narcisista può essere un’esperienza destabilizzante e traumatica per chi la subisce.

Il narcisismo è un aspetto della personalità che può essere definito sano quando si caratterizza con un equilibrato amor proprio e autostima ma può assumere caratteristiche di disturbo quando si manifesta con una percezione grandiosa di se e una totale mancanza di empatia e di interesse per gli altri. Il narcisista è una persona profondamente convinta che i suoi interessi, i suoi bisogni e le sue idee  siano più importanti e vengano prima di chiunque altro. Crede di essere unico e speciale e ha continuamente bisogno di essere ammirato;  non riesce ad ascoltare con attenzione chi lo circonda perché ha bisogno di stare sempre al centro dell’attenzione. Tende a sfruttare le persone senza provare alcun senso di colpa o rimorso e adotta spesso un atteggiamento manipolatorio. Invidioso e arrogante, giudica tutti con facilità destabilizzandone l’autostima poiché non accetta che qualcuno possa essere migliore di lui.

Lo sviluppo di una percezione grandiosa e amplificata di sé ha lo scopo di nascondere la vulnerabilità e la sensazione di impotenza avvertita quando si confronta con l’ambiente esterno. Per mantenere  il proprio sé grandioso e per nascondere le proprie insicurezze, il narcisista è alla ricerca costante di attenzione e adulazione, quando questo non è possibile insorgono in lui significativi segni di rabbia e insofferenza.  Quando si sente rifiutato o allontanato cerca in tutti i modi di riconquistare, mettendo in atto comportamenti anche violenti quando questo non accade.

L’inganno del narcisista

Ad un primo approccio può risultare come una persona molto interessante ed affascinante, sembra mettere al primo posto la persona con cui stabilisce una relazione. Conquista in tutti i modi la propria partner facendola sentire perfetta, la ricopre di attenzioni, le fa regali, complimenti e sembra quasi che sia disposto a fare tutto pur di averla accanto e starci insieme facendola sentire unica e speciale. Il/ La partner crede quini di ver trovato il principe azzurro. Ma, non appena il narcisista si sente sicuro del rapporto, dopo il matrimonio, convivenza o la nascita dei figli, tutto cambia. Più la relazione si approfondisce minore è la sua disponibilità nel rapporto, iniziano le critiche e le continue svalutazioni oltre che il progressivo disinteresse. Improvvisamente il/la partner arriva a sentirsi sola, svalutata e vulnerabile. Il narcisista fugge ogni qual volta si deve confrontare, rifiutando di affrontare i problemi, di instaurare una relazione intima ed emotivamente coinvolgente. Reputa “colpevoli” gli altri del proprio malessere, cercando di distorcere la percezione della realtà in funzione del proprio soddisfacimenti.

In che modo avviene la manipolazione?

– Secondo il narcisista ogni persona con cui si relaziona è considerata buona solo quando supporta la sua percezione di grandiosità e lo aiuta a sentirsi desiderato e unico, quando questo non avviene più, chi gli è vicino diventa cattivo e viene svalutato e criticato;

distorce i ricordi e gli eventi quando  questi non si allineano alla sua percezione di superiorità;

nega sempre l’esistenza di problemi o difetti che li riguardano analizzando gli eventi in modo apparentemente logico ma distorcendo effettivamente la realtà;

– tende a far sentire in colpa e ad accusare le persone vicine per comportamenti che è lui a mettere in atto ma di cui non si assume la responsabilità,

nega l’evidenza dei fatti quando questi mettono in discussione la sua grandiosità;

– afferma che non vi è nulla di sbagliato in lui e nei suoi comportamenti, attribuendo la causa del suo malessere sempre all’esterno.

 

La vittima del narcisista

La vittima del narcisista avverte un enorme senso di impotenza. Ogni tentativo di migliorare la situazione viene sabotato completamente. Il/la partner del narcisista avverte una significativa perdita di energia, entusiasmo e di autostima. L’unico modo per mettersi in salvo è tagliare qualsiai tipo di rapporto con il narcisista, non permettendo riavvicinamenti e non sperando di cambiarlo. Il vano tentativo di cambiarlo non farà altro che farci sentire peggio e darà più potere al narcisista che del nostro amore e del nostro bisogno di amore ne fa la propria arma principale. Nel momento in cui ci allontaneremo da lui, diventerà più pressante che mai e cercherà di riconquistarci in tutti i modi perchè non può tollerare di essere lasciato e perdere la propria fonte di adulazione. In questa fase è di fondamentalmente importanza non cadere nella trappola: si ricomincerebbe da capo.

L’unico modo per salvarci è imparare ad amare noi stessi e prenderci cura prima di tutto dei nostri bisogni.

 

Nessuno è così vuoto come coloro che sono pieni di se.
(Andrew Jackson)

Paura dell’abbandono. Come superarla?

PAURA DELL’ABBANDONO

COME SUPERARLA?

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

La paura di essere abbandonati, lasciati o rifiutati è molto più frequente di quanto possiamo immaginare. Quando ci troviamo di fronte ad un legame importate che possa essere d’affetto, d’amore o d’amicizia non è raro avere paura che questo possa essere danneggiato o interrotto. In alcuni casi la paura di essere abbandonati è molto forte ed evidente per chi la prova arrivando a sperimentare intensi vissuti di angoscia quando si percepisce un allontanamento da parte dell’altra persona. In altri casi la paura dell’abbandono può manifestarsi in un modo più silenzioso fino ad arrivare a rendere difficile identificarla.

Vediamo insieme quali possano essere i comportamenti che ci indicano che nel nostro intimo abbiamo paura di essere abbandonati

1) Quando il nostro partner o il nostro caro non risponde ad una telefonata ad un messaggio pensiamo subito che sia accaduto qualcosa di brutto come un incidente o che questa persona si sia dimenticata di noi;

2) Dire sempre sì anche quando vorremo dire no. Accontentare sempre gli altri mettendo in prima linea i loro desideri rispetto ai nostri bisogni potrebbe indicare che pur di sentirci voluti siamo disposti a metterci da parte;

3) Fare paragoni con fratelli o sorelle, con ex, con colleghi o con amicizie ed esserne gelosi potrebbe essere un altro campanello d’allarme che indica che temiamo che qualcun altro possa portarci via l’affetto o la stima dei nostri cari;

4) Richieste continue di tempo. Può accadere di richiedere sempre tempo e attenzioni ai nostri cari pur di avere la dimostrazione che tengono a noi e che ci prendono in considerazione. Il fatto che il nostro partner possa avere anche altri interessi oltre a noi ci spaventa;

5) Sabotare le relazioni. Chi ha paura di essere abbandonato può mettere in atto dei comportamenti che sabotano la coppia. Da un lato si vuole mettere perennemente alla prova il legame, spesso finendo poi col danneggiarlo. Dall’altro per paura di essere abbandonati si può essere i primi a farlo.

 

Dove nasce la paura dell’abbandono?

La paura dell’abbandono ha le sue origini nell’infanzia. Può nascere a partire da vissuti traumatici come il divorzio, la perdita o l’allontanamento di un genitore o, ancora, se un genitore fa sentire il figlio inadeguato (o perlomeno questo è ciò che il figlio percepisce). Bisogni insoddisfatti e mancanza di attenzione, possono innescare nel bambino un senso di inadeguatezza e la paura di essere abbandonati da un genitore. Il bambino non si sente meritevole d’amore e quindi la sua “logica” lo spinge a pensare che può essere abbandonato Queste esperienze durante la prima infanzia possono generare, nell’adulto, una forte paura dell’abbandono e del rifiuto. Quando la paura dell’abbandono raggiunge livelli importanti, l’individuo potrebbe non riuscire a instaurare relazioni sane e paritetiche.

Tale timore può radicarsi e avere ripercussioni nella vita adulta influenzando non solo la sfera sentimentale ma anche sociale e professionale.

Cosa fare?

Il primo passo è rendersi conto della nostra profonda paura. Per liberarsi da questo timore è necessaria una profonda elaborazione delle proprie ferite e lavorare sulla propria autostima. Se il bambino poteva pensare di non essere meritevole d’amore, l’adulto deve imparare a riconoscersi di esserlo.

La paura dell’abbandono può portare a sperimentare forti sbalzi d’umore in relazione ai comportamenti dell’ altra persona sperimentando ansia, inadeguatezza e sfiducia e può sfociare in rapporti di dipendenza emotiva.

Guarire dalla ferita dell’abbandono è possibile: una volta consapevoli della propria paura è possibile imparare nuove modalità per prendersi cura di se stessi, imparare a comunicare i propri bisogni riconoscendosi il diritto di averne, lavorare sulla propria autostima e imparando a costruire relazioni sane.

 

“Apprezza ciò che sei perché tu sei amore, quell’amore che cerchi in ogni cosa e in ogni dove.
Accogli ciò che tu sei perché tu sei ciò che cerchi di essere, ciò che tu vuoi essere, tu sei la 
vita che crea la tua vita.
Accetta te stesso, 
amore del tuo amore, perché tu sei ciò che hai tanto bisogno di essere.
Sorridi all’
amore che tu emani perché tu sei quell’amore che cerchi in ogni luogo, pace dei tuoi sensi.” P. Coelho

La trappola del ricatto emotivo

LA TRAPPOLA DEL RICATTO EMOTIVO

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

ricatto emotivo

Quante volte ci è capitato di essere vittime (o autori) di ricatti emotivi per cui se non facevamo come voleva l’altra persona ci assaliva il senso di colpa o ci si prospettava qualche conseguenza terribile (essere abbandonati, non essere considerati bravi figli/partner/amici)?

Il ricatto emotivo è una forma subdola di manipolazione, per la quale il “manipolato” sente di non avere altra scelta che fare come viene richiesto dall’altro anche se questo non è nella sua volontà, sentendosi in qualche modo in trappola.

In qualsiasi modo venga espresso il ricatto, il messaggio sottostante è sempre lo stesso ovvero: se non mi darai quello che voglio te la farò pagare.

Il terreno su cui si muovono tutti i ricattatori è la paura che ha l’altro: paura di perdere la persona a cui si tiene, paura di essere respinti, paura di ferire, paura di non essere “buoni” partner/figli/amici. Il punto di leva è spesso e volentieri il senso di colpa.

Ci sono diversi tipi di ricatto emotivo che possono essere messi in atto:

  • La punizione: in questo caso la persona fa capire che se non si farà come vuole la relazione ne uscirà danneggiata. Ad esempio: “se stasera non vieni a trovarmi, non ti rivolgerò più la parola!”, “se fai così ti lascio”, “se fai cosi non ti faccio più vedere i bambini”, “se non fai gli straordinari non ti do la promozione”
  • L’autopunizione o senso di colpa: in quest’altro caso, la persona non minaccia la relazione, ma fa capire che se non si esaudirà il suo desiderio ne soffrirà molto e sarà solo per colpa nostra. Ad esempio: “se stasera non vieni a trovarmi, sarò sola davanti alla tv, e mi deprimerò”, “ se farai/non farai questa cosa sappi che mi farai soffrire”.
  • Il vittimismo: la persona in questo caso fa la parte della “vittima”, cioè di colei che ha sempre dato o fatto cose per gli altri e che non si vede tornare nulla indietro, cercando di suscitare sentimenti di colpa o compassione nell’altro. Ad esempio: “dopo tutto quello che ho fatto per te, dovrei meritarmi almeno una visita stasera”, o “ieri sera non hai risposto al telefono, non ho dormito tutta la notte, e oggi è stata una giornata bruttissima…”. (Rientrano in questa sfera, per il fatto di suscitare senso di colpa, anche coloro che ti ricordano che gli devi un favore, perché loro te ne hanno fatto uno tempo fa)
  • I seduttori: Si tratta del tipo più subdolo di ricattatori: sono quelli che incoraggiano, promettono amore o denaro o carriera e poi  chiariscono che, se non ci comportiamo come vogliono loro, non riceveremo nulla.

 

Le vittime dei ricatti emotivi sono spesso persone che hanno dei “punti deboli” che il manipolatore conosce e sui quali fa leva:

  • Bisogno di approvazione, che spinge a fare quello che vogliono gli altri (anche se diverso da quello che si vorrebbe fare) per poter essere apprezzati, stimati e amati.
  • Autosacrificio e sottomissione, per cui si è portati anche a ledere il benessere personale pur di non veder soffrire un’altra persona, o di andare incontro a conflitti e scontri.
  • Paura dell’ Abbandono, per cui si rinuncia al proprio benessere pur di non essere lasciati soli, pur di non perdere la relazione.

I ricatti fanno leva sui nostri timori più profondi, che spesso risultano da esperienze precoci e passate, che hanno instaurato in noi una certa modalità di relazionarci, e di vedere noi stessi. Chi finisce per cadere  più spesso nella trappola dei ricatti emotivi sono persone con poca stima di sé, con scarsa autonomia, e persone che sono sensibili al giudizio e approvazione degli altri.

 

COSA FARE?

Innanzitutto bisogna far capire al manipolatore che non cadremo nella sua trappola. È necessario chiarirgli che non pensiamo di essere una persona cattiva solo perché non ci pieghiamo al suo volere. Affermare con decisione che anche noi abbiamo dei bisogni e dei desideri e che ne abbiamo tutto il diritto. E’ importante mostrare alla persona che non abbiamo paura della sua minaccia e che siamo pronti ad affrontare le presunte conseguenze. Spesso, quando il ricattatore vede che non cediamo alle pressioni si rende conto che la sua strategia è inutile e l’abbandona. Ricordatevi che alla lunga fare qualcosa sotto ricatto genere tantissima frustrazione e porterà a sviluppare rancore verso chi ci sta manipolando e comunque non riusciremo a sentirci contenti e soddisfatti di noi anche quando stiamo esercitando un nostro diritto.

Infine, può essere utile rivolgersi ad un professionista con l’aiuto del quale sarà possibile apprendere modalità più equilibrate e benefiche di gestire le relazioni, mettere dei confini, rafforzare l’autostima, riconoscere ed esprimere adeguatamente i propri bisogni, incrementare l’assertività.

Molti si lasciano compatire atteggiandosi spesso a vittime per essere con più buona coscienza carnefici. (E.Rega)

 


bibliografia

 Forward S. (2001). Emotional Blackmail: When the People in Your Life Use Fear, Obligation, and Guilt to Manipulate You. Collins Publisher.


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Nè con te nè senza di te – La gabbia dorata della dipendenza affettiva

Nè con te nè senza di te

 La gabbia dorata della dipendenza affettiva

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

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Non posso vivere nè con te nè senza di te” cosi scriveva Ovidio, famoso poeta latino, più di 2000 anni fa.

Questa affermazione risulta decisamente attuale per darci un idea di che cosa si intenda per “dipendenza affettiva”.

Il dipendente affettivo è colui che prova un forte disagio relazionale e che ripetutamente intreccia relazioni non soddisfacenti dalle quale non si riesce a separare. Ha un disperato bisogno di accudimento e si aggrappa al proprio partner anche quando questo si rivela nocivo. Il conflitto disperato cui è sottoposto il dipendente è quello di sentirsi incastrato in una relazione frustrante e di avere il terrore di separarsene. Tale conflitto porta spesso rabbia e depressione, in quanto il dipendente è consapevole che la propria relazione sia insoddisfacente: parlando del proprio partner lo criticherà spesso, elencherà tutti i suoi aspetti negativi, lo svaluterà ma comunque non ci si separerà.

Da dove si sviluppa la dipendenza affettiva?

La dipendenza affettiva si forma gia dall’infanzia e dalle relazioni con le figure di accudimento. Il dipendente affettivo è stato un bambino “adultizzato” che ha dovuto prendersi cura di un genitore problematico per sentirsi accettato ed amato. E stato sostenuto dall’illusione di poter essere amato dai propri genitori una volta che fosse riuscito a “guarirli”. In questo modo non ha potuto conoscere l’amore e l’accudimento dei genitori e si è trovato privato della propria infanzia senza poter avere una “base sicura” su cui contare.

Il dipendente affettivo e l’attrazione per le relazioni difficili…

Come abbiamo visto il dipendente ha precocemente appreso che l’amore deve essere conquistato con l’autosacrificio di sè.

La persona affettivo dipendente si lascia quindi facilmente intercettare da una personalità narcisistica o antisociale o in generale da un “controdipendente”. Si tratta di personalità seduttive che all’inizio della relazione promettono molto, dando l’illusione di poter compensare qualunque insicurezza, di saper rimediare ad ogni problema, di poter rispondere ad ogni bisogno. Il dipendente affettivo è attratto dal contro-dipendente perchè vi percepisce le qualità di autonomia e autosufficenza che sente di non possedere in sè stesso. Il problema è che, al di là delle apparenze, il controdipendente non ha l’empatia necessaria per saper riconoscere e rispondere adeguatamente ai bisogni del/la proprio partner. Il dipendente, in costante stato di frustrazione, non smette di chiedere , alternando pretesa e sottomissione, allontanando di fatto sempre di più il contro dipendente che si sente spaventato e minacciato da tale condizione di bisogno.

Cosa fare?

Il primo passo per riuscire ad uscire da questo meccanismo masochista è il rendersi conto delle proprie dinamiche interne e della ferita lasciata dalla propria storia . La consapevolezza è senzadubbio fondamentale per non mettere in atto continuamente e incosapevolmente le stesse dinamiche. È importante prendersi cura di se stessi, imparare a volersi bene e bastare a se stessi senza aggrapparsi all’altro. Sarà fondamentale lavorare sulla propria autostima e sulle proprie convinzioni.

Un viaggio per uscire dalla gabbia dorata e imparare ad amare ed essere amati in modo sano.


bibliografia

Borgioni Massimo (2015). Dipendenza e controdipendenza affettiva: dalle passioni scriteriate all’indifferenza vuota. Alpes editore

Amore? No grazie. Paura d’amare e delle relazioni. Cosa fare?

PAURA D’AMARE  E DELLE RELAZIONI

COSA FARE?

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

no amore

Sempre più spesso giovani e meno giovani mi riportano problematiche di tipo relazionale e difficoltà ad avere relazioni intime e durature.

Chi da un lato ha paura di farsi coinvolgere, chi nega di avere voglia di un legame, chi si sente soffocato da qualcuno, chi ha un blocco nel riuscire a farlo e chi dall’altro osserva comportamenti ambivalenti da parte del proprio partner “un giorno mi ama il giorno dopo è distante”.

Alla base sottostante di tutti questi comportamenti vi è una profonda paura: “la paura di amare o di avere relazioni” in termine tecnico “philofobia”.

Cosa si cela dietro a questa paura?

Per poter capire cosa si nasconde dietro questa paura dobbiamo fare un passo indietro. Cosa vuol dire amare e innamorarsi? Vuol dire mettersi a nudo, mettersi in gioco e mettere in gioco le nostre parti piu intime e fragili. Significa affidarsi ad un altra persona, perdere in parte la sicurezza che lo stare da soli o l’avere relazioni occasionali ci consente di mantenere.

Le paure più frequenti sono quella di essere abbandonati, di essere feriti qualora mostrassimo le nostre fragilità che spaventano noi in primisi; oppure da un altro lato può esserci la paura di essere “invasi” da qualcun altro, di perdere i nostri spazi, le nostre certezze ed essere sopraffatti.

Per difendersi da queste paura si mettono quindi in atto dei comportamenti difensivi: o si investe in storie impossibili nei quali abbiamo la certezza che l altro non potrà mai innamorarsi di noi, o qualora ci debba essere un investimento si cerca di trovare difetti o qualche elemento che svaluti ai nostri occhi quella persona e che giustifichino la fine di una relazione. O ancora, possono essere messi in atto comportamenti che comportano diverse relazioni sopratutto a carattere sessuale e che non sottointendono un coinvolgimento emotivo.

Altre persone arrivano proprio a negare di volere legami “Non amo e quindi non soffro”.

La paura d’amare può verificarsi quindi sia nel momento di formazione di una coppia sia quando la coppia è stabile e duratura. ““Lo so che lui mi ama, è sempre così gentile e disponibile con me… però ho paura che mi abbandoni e mi lasci da un momento all’altro. La paura di soffrire è più forte dell’affetto che provo per lui e quindi preferisco chiudere questa storia”  Questo è l’esempio di una paziente che negli anni ha sviluppato la paura di amare. Preferisce fuggire da una relazione stabile, in cui è amata e accetta per quello che è, per il timore, infondato, che il proprio compagno possa abbandonarla.

Da dove nasce la paura di amare?

La paura di amare può insorgere dopo una profonda delusione, dopo una storia nella quale si aveva investito e che è finita. E quindi la paura di farsi tarvolgere di nuovo è forte. Questo meccanismo è normale se la storia si è conclusa da poco tempo ma in alcuni casi può perdurare anche anni dopo la fine di una relazione in questo caso può essere utile cercare un aiuto per far si che questa paura di amare non si radichi in modo strutturale e per capire quali altri elementi si celino dietro.

Spesso le persone che sviluppano la philofobia hanno sperimentato durante l’infanzia un rapporto conflittuale con i genitori. Genitori che in maniera più o meno esplicita, e più o meno reale (bisogna sempre considerare come la persona vive l’evento, e non solo l’evento in sé) hanno sminuito e criticato il figlio. Questo comportamento aumenta la paura di essere rifiutati e addirittura abbandonati. È chiaro quindi che in tutte quelle situazioni in cui c’è la possibilità di amare ed essere amati, la persona fugge per il terrore di essere, o sentirsi, abbandonata proprio com’è accaduto con i propri genitori.

In altri casi i genitori sono stati invece percepiti come eccessivamente invadenti e oppressivi negando la separatezza del figlio, e questo quindi può portare ad associare in modo inconsapevole l’amore alla paura di essere annientati.

Cosa possiamo fare?

Se è il nostro partner a mettere in atto comportamenti ambivalenti rispetto alla nostra relazione dobbiamo innanzitutto lasciargli i suoi spazi e concedergli i suoi tempi. Pressarlo e cercarlo in continuazione aumentera solo il suo desiderio di scappare.

Se sentiamo di essere noi a sperimentare queste paure dobbiamo tenere a mente 3 cose:

1- Non anticipare eventi che potrebbero accadere con il nuovo partner, solo perché la storia precedente è andata male. Ogni storia è a sé, e non esistono partner uguali. Se ci siamo trovate davanti a tutte storie “sbagliate” dobbiamo ragionare su quale è stato il nostro ruolo in questo. Spesso inconsapevolmente cerchiamo proprio le persone che ci confermino le nostre paure e i nostri copioni.

2- Se una storia non è andata come ci aspettavamo, non precludersi la possibilità di creare un rapporto duraturo con un’altra persona. Se diamo la possibilità alle nostre paure di condizionarci la vita troveranno sempre la strada spianata. Un buon metodo per sconfiggere la paura è affrontarla anche con le sofferenze che questo comporta.

3- Costruire un rapporto di apertura e fiducia. Parlare apertamente con il nostro partner delle nostre ansie e dei nostri bisogni. Tener tutto nascosto nella speranza che l’altro possa capirlo è contro producente, in quanto l altro spesso non può sapere cosa stiamo sperimentando. Condividere le nostre paure e le nostre ansie ci permetterà di ridimensionarle.

“L’opposto dell’amore non è l’odio. Il vero opposto dell’amore è la paura. Quando ami ti espandi; quando hai paura ti rattrappisci. Quando hai paura ti chiudi; quando ami ti apri. Quando hai paura ti assalgono i dubbi; quando ami hai fiducia.” Osho

 


 

FONTI:

manucci c., curto c. le nuove coppie. modi e mode di stare insieme. armando editore

giusti e., pitrone a. essere insieme. terapia integrata della coppia amorosa. sovera editore

http://www.milano-psicologa.it/paura-di-innamorarsi.html

 

L’amore ai tempi di Tinder. Perchè si preferisce il virtuale?

L’AMORE AI TEMPI DI TINDER

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

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Negli ultimi anni si è assitito a una continua crescita di siti web e applicazioni smartphone per incontri e dating online (Meetic, Tinder, Grindr , Badoo ecc).                                       Almeno un Italiano su 3 afferma di aver utilizzato questi canali per incontrare persone.

L’utilizzo di questi mezzi può avere diversi fini: trovare partner sessuali senza un grande sforzo, trovare un partner sentimentale o fare amicizia.                                                         Il comun denominatore di entrambi i fini per i quali vengono utilizzati è l’immediatezza e l’ampia disponibilità offerta.

In una società dai ritmi frenetici come la nostra, infatti, il tempo per gli incontri si è drasticamente ridotto e, per la maggior parte degli adulti, sono rare le occasioni per conoscere persone nuove. In questo contesto il dating online diventa più attraente: con pochi clic si può entrare facilmente in contatto con uomini e donne che sono essi stessi in cerca di nuove persone da conoscere. Secondo Edoardo Giusti e Gilda Di Nardo (2008), infatti, inizialmente gli utenti dei siti di dating erano per lo più introversi o fobici, mentre ora sono persone che hanno difficoltà a trovare un partner all’interno della propria rete sociale. Solitamente sono soggetti single, “soli”, sedotti dalla facilità di utilizzo della app ed affascinati dalla immediata possibilità di reperire partners sessuali o ideali disponibili.
Molte persone sole o semplicemente annoiate dalla routine, adoperano queste app alla disperata ricerca dell’anima gemella, altre volte alla ricerca di una rapida scappatella senza effetti collaterali -come il corteggiamento o la possibilità di essere scoperti- e per finire senza correre il rischio del tanto temuto coinvolgimento.

Perche si preferisce il virtuale al reale?

I motivi sono molteplici.

Come accennato prima, in una società frenetica come la nostra è sempre piu difficile avere il tempo da dedicare alle relazioni sociali e alle nuove conoscenze. Attenzione però, questa potrebbe essere una scorciatoia pericolosa che adoperiamo piuttosto che ragionare sulla nostra vita e sul rallentare i nostri ritmi, trovando maggiore tempo da dedicare a noi stessi.

In secondo luogo, l’uitlizzo di un computer o di un cellulare in cui l’incontro è virtuale, ci fa sentire protetti. Nella vita reale l’incontro con una persona ci espone a molte paure interne. Paura del giudizio, paura del rifiuto, paura del coinvolgimento.                               Secondo Graham Johnes, specializzato in psicologia di Internet, gli incontri online rappresentano una strategia per farci sentire più al sicuro:“Uno dei nostri drivers psicologici fondamentali è quello di trovare certezza. Gli incontri tradizionali sono percepiti come un pericolo per noi perché comportano molta incertezza. Internet allontana questo pericolo” . Anche in questo caso bisogna prestare molta attenzione. Il rischio che si corre è quello di rifugiarsi in un mondo finto, virtuale appunto, senza affrontare quello reale e personale. La sensazione di essere protetti è quindi fittizia.

L’ampia scelta di persone a disposizione anche in questo caso risponde a un bisogno e da la sensazione di avere diverse possibilità. Il rovescio della medaglia è che il numero di persone con cui possiamo entrare in contatto online è talmente elevato che la tentazione di non perderci troppo tempo e chiudere alla prima incomprensione è forte. Perché forse la persona più giusta per noi è al prossimo click. In questo modo non saremo mai soddisfatti pervhe forse “ci stiamo perdendo altro” e la ricerca continua infinitamente senza avere mai un contatto pieno con una persona

Una relazione d’amore online può essere molto seducente soprattutto perché lascia ampi margini all’immaginazione. Non ce ne rendiamo conto, ma è la nostra fantasia a riempire le ambiguità lasciate dall’altra persona, a guidare il modo in cui intendiamo le cose lette in una chat. Molto più di quanto non avvenga nella vita reale. Questo perché la comunicazione online è priva di molte delle informazioni che ci permettono di capire qual è la cornice del discorso e quindi il suo senso, quali il tono e le intenzioni dell’altra persona. Questo è senza dubbio molto eccitante. Il rischio a cui si va incontro, però, è quello di caricare la persona di aspettative che in realtà non le corrispondono. La persona diventa quindi il contentitore di nostri bisogni, desideri e aspettative, di quello che noi vorremmo trovare più che la persona in se. Più ci si crea un’immagine della persona che si vuole conoscere, più è facile che le aspettative verranno deluse, creando insoddisfazione e un senso di sfiducia.

Infine, molte persone sole utilizzano questi mezzi per incontrare qualcuno, avere compagnia e lenire la propria solitudine. Anche in questo caso il rischio è quello di sentirsi ancora piu soli nella vita reale.

In conclusione, il proliferare di siti e app di incontri è il risultato di una società che sta cambiando e risponde ai numerosi bisogni di ognuno di noi (motivo per cui sono milioni gli iscritti).

L’utilizzo di questi mezzi deve però, essere fatto consapevolmente ed evitare il rischio di sostuire il reale con il digitale.

Se da una parte è vero che ci difende e ci protegge da paure e problemi è altrettanto vero che il calore dato da un incontro reale non può essere sositutio da un incontro virtuale.


fonti:
http://www.aspicpsicologia.org/news/psicologia-del-dating-online.html

http://www.quipsicologia.it/amore-online-tra-fantasia-rischio-e-consumismo/                                                                                                                                                             Cicerone P.E. (2012). Web dating all’italiana. mente e cervello 96, 60-65                                                                                                                                                                             Giusti E. e Di Nardo G. (2008). Trovare un partner gradito. Sovera, Roma.

 

 

La fine di un amore. Come sopravvivere?

 FINE DI UN AMORE.

COME SOPRAVVIVERE?

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

Fine-di-un-amore

La fine di un amore, la perdita della persona amata è un dolore che tutti, almeno una volta nella vita, si sono trovati a dover affrontare.

Gia dai tempi antichi i poeti latini cantavano odi all’amore perduto. La fine di un amore è tuttoggi una delle principali fonti di ispirazione per cantanti, scrittori e poeti.

E’ un dolore intenso che porta con se sentimenti di perdita, abbandono, paura e incertezza.

Cosa comporta la fine di una relazione?

In un precedente articolo avevamo visto insieme quali fossero le fasi evolutive di una coppia e i passaggi critici che avrebbero potuto portare a una rottura della relazione. (http://www.mariacristinazezza.com/psicologia-di-coppia-come-nasce-e-finisce-un-amore/)

Oggi vedremo insieme quali sono le reazioni e i sentimenti che accompagnano l’elaborazione di questa separazione sia dalla parte di chi subisce la rottura sia da parte di chi l’agisce. Ricordiamoci che la fine di una relazione è una perdita e un lutto per entrambi i partner che si trovano a dover riorganizzare completamente la propria vita, ristabilire una propria identità ed elaborare la perdita. Se da un lato avremo sentimenti di abbandono, perdita, disperazione, dall’altra potremo trovare sentimenti di colpa, responsabilità, tristezza e dolore per la separazione avvenuta.

L’ elaborazione della perdita della persona amata avviene per diverse fasi:

La prima reazione è quella di shock o negazione. Non possiamo credere che la relazione sia veramente finita, che il nostro partner abbia deciso di lasciarci o che non ci ami piu. In questa fase è frequente la speranza di un riavvicinamento, anche quando la logica la smentisce. Il partner lasciato tenterà ossessivamente di entrare in contatto con la persona amata, direttamente o indirettamente. Cercherà spiegazioni, motivi e rassicurazioni. Perché? Perché è successo? Cosa ho fatto? Cosa è cambiato? Queste sono solo alcune delle domande che chi è stato lasciato tende a porsi guidato dall’erronea convinzione che il cercare, a tutti i costi, di capire sistemerà la situazione o che questo è l’unico modo per superare il senso di vuoto, di perdita provato. Se è vero che in alcune occasioni il cercare di razionalizzare possa rivelarsi utile, è altrettanto vero che ciò non accade quando in gioco ci sono i sentimenti; l’essere coinvolti offusca infatti così tanto la nostra mente che qualsiasi spiegazione possiamo darci non servirà ad alleviare il dolore. Dall’altro lato della coppia in questa fase sono presenti forti sentimenti di colpa e responsabilità, dubbi e dolore nel dover rifiutare i tentativi di riavvicinamento del partner.

Passata la fase di shock e negazione di quanto avvenuto possono insorgere sentimenti di rabbia nei confronti dell ex partener. Mentre nella prima fase tutte le colpe sono rivolte verso se stessi, adesso le colpe vengono attribuite al partner. Ci si sente vittime di una persona che ha rovintato la nostra vita e che non era degna di noi.                                         Tali sentimenti sono normali nell elaborazione della perdita, tuttavia se non vengono sufficentemente elaborati possono condurre a condotte violente oppure all’ isolamento sociale e al precludersi possibili future storie per la rabbia sperimentata.

Si arriva quindi alla fase del patteggiamento, della riparazione. Ci si chiede cosa avremmo potuto e cosa potremmo fare per riparare la situazione. I “se avessi fatto…”, “se mi fossi comportato/a…” diventano i tarli che ci perseguitano.

Ma non si può cambiare il passato e faticosamente dobbiamo guardare al futuro, arrivando alla fase della consapevolezza e della rassegnazione che ci avvolge e che non ci lascia possibilità, se non quella di arrenderci ad essa, aspettando che passi. Il dolore  va lasciato scorrere e spesso in questa fase si tende ad ignorarlo, pensando che in questo modo svanisca più velocemente. Si evita di pensare a lui/ lei, si evitano i posti che ci legano alla nostra storia, ci si butta a capofitto nelle attività quotidiane, ma in realtà più evitiamo, più rimaniamo legati, perché proprio evitando qualcosa ci ricordiamo che essa è sempre lì. E’ solo cominciando a soffrire che si smetterà di farlo. Solo toccando il fondo del nostro dolore sarà possibile risalire.

Per ultimo si giunge alla fase dell’accettazione, in cui finalmente diveniamo l’unica persona indispensabile a noi stessi, ci apriamo a nuove esperienze e a nuovi orizzonti, riprendiamo in mano la nostra vita e noi stessi. Si impara a bastarsi da soli e ad essere pronti a guardare il mondo.

Il processo di elaborazione della perdita non è semplice e richiede forza e impegno e dura all’incirca dai 6 ai 12 mesi. E’ importante concetrarsi su se stessi cominciando col coltivare attività appaganti e piacevoli, che magari erano state abbandonate o scoprirne di nuove. E’ necessario prendersi cura di se stessi e ripristinare la propria autostima che può essere stata minata dalla rottura con il proprio partner.

E’ infine importante, essere consapevoli che la fine di una storia non implica una mancanza del proprio valore, non vuol dire che siamo inadeguati o non siamo abbastanza. E’ difficile riuscire ad incastrare due mondi, a trovare il giusto incastro e questa non è colpa di nessuno.

Per concludere, vorrei sfatare alcuni miti riguardo alla perdita e al lutto:

Il dolore andrà via più in fretta se lo ignoriamo. FALSO

Cercare di ignorare il dolore lo renderà ancora più forte e ritarderà la nostra presa di consapevolezza necessaria al superamento della sofferenza. Come diceva Anthony De Mello: “Quando si combatte qualcosa le si è legati per sempre; finché la si combatte le si da potere”. Non combattiamo il dolore ma viviamolo consapevolmente.

È importante essere forti di fronte alla perdita. FALSO

Sentirsi soli, spaventati o tristi è una normale reazione alla perdita. Piangere non significa essere deboli ma mostrare i propri veri sentimenti.

Se non si piange vuol dire che non si sta male. FALSO

Il dolore non viene espresso allo stesso modo da tutti. Ci sono persone che hanno difficoltà ad esprimere i propri sentimenti e il loro dolore è profondo e muto. Stanno soffrendo e non riescono ad esprimerlo.

 

Ricominciare dopo la fine di una storia è possibile. Solo vivendo il dolore della separazione si potrà arrivare a conoscere veramante se stessi e ripartire più consapevoli di prima.

 


bibliografia:

kubler-ross e. 2005. la morte e il morire, assisi cittadella editore

andolfi m. 1999 la crisi nella coppia. raffaello cortina editore

scoppio v. lutto perdita separazione divorzio e abbandono.

algeri d. le cose dell’amore. superare la fine di una relazione.

 

LITIGARE IN COPPIA. COME FARLO IN MODO COSTRUTTIVO? Impariamo a gestire i conflitti!

LITIGARE IN COPPIA.

COME FARLO IN MODO COSTRUTTIVO?

Impariamo a gestire i conflitti!

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

litigare

All’interno della coppia è frequente e, per alcuni versi salutare, avere dei confronti e delle discussioni.

In alcune circostanze, quando le nostre emozioni e la nostra rabbia prendono il sopravvento, ci troviamo ad affrontare una vera e propria battaglia di coppia, nella quale non ci si ascolta, ci si accusa, si recrimina e non si trovano soluzioni.

Quando discutiamo in preda alla rabbia, le nostre emozioni ci portano a mettere in atto dei meccanismi che causano un blocco della comunicazione e si finisce con il litigare, ritirarsi o evitare il conflitto, biasimare o accusare, non ascoltare l’altro o cambiare discorso di accusa (ad esempio far riferimento a problemi passati o ad altri problemi irrisolti).

Bisogna tener presente che quando si discute, stiamo cercando di esprimere all’altro dei nostri bisogni, delle nostre paure e dei nostri dispiaceri. La rabbia infatti è un insieme di dolore e delusione.

Quali sono questi meccanismi che ostacolano la comunicazione?

All’interno di una discussione di coppia è frequente l’utilizzo del messaggio TU (“sei tu che ti comporti male!”, “sei tu che torni a casa tardi!” “tu non mi capisci”). Tale messaggio è un messaggio colpevolizzante ed accusatorio che porterà il nostro interlocutore a chiudersi e a mettersi sulla difensiva. Penserà quindi a difendersi prima che a capire e ad ascoltare. Inoltre il sentirsi accusato susciterà sentimenti di rabbia e cercherà argomenti per attaccare l’altro.

Utilizzo di “mai” e “sempre”. Questi sono termini assolutistici. Quando ci sentiamo dire che non facciamo “mai” una determinata cosa o che ci comportiamo ” sempre cosi” ci sentiamo svalutati e accusati in toto e la nostra reazione è sempre quella di difenderci e provare rabbia.

Risolvere problemi quando si è in preda all’emozioni è quindi molto difficile in quanto o ci ritiriamo ed evitiamo il conflitto aumentando frustrazione e rabbia, o ci mettiamo sulla difensiva. In entrambi in casi la comunicazione viene bloccata, con il risultato che non ci si ascolta.

Cosa fare allora per gestire in un modo costruttivo un conflitto?

E’ importante, innanzitutto calmarsi prima, non affrontare direttamente l’argomento quando ci sentiamo troppo arrabbiati.

Stabilire da subito delle regole come ad esempio il parlare a turni, esplicitando questa necessità con frasi come “Facciamo a turno, prima parli tu (o viceversa) e io ti ascolto e cerco di comprenderti e poi parlo io per come ho vissuto le cose io, senza interromperci altrimenti non riusciamo a capirci”.

Quindi:

  • fermarsi e calmarsi
  • stabilire regole e luogo neutro dove parlare
  • non interrompersi
  • dimostrare di capire l’altro

Evitiamo di usare il messaggio TU e cerchiamo di utilizzare il Messaggio IO. In questo modo metteremo in primo piano quelle che sono le nostre emozioni, come noi abbiamo interpetato la situazione cosa noi abbiamo provato a seguito di un determinato comportamento. Questo permetterà al partner di non sentirsi accusato ma di mettersi nei panni di quello che stiamo provando noi.

Quindi:

  • Come ci sentiamo, nostri sentimenti (io mi sento..)
  • Comportamento del partner o situazione (quando tu… o quando succede…)
  • Si specifica in che modo tale comportamento ci suscita quell’ emozione (perchè…)
  • Si esprime ciò che si desidererebbe, il nostro bisogno. (io vorrei..)

Con la frase “Io mi sento triste – Quando non mi ascolti – Perché mi sento ignorato e non capito – E vorrei che tu mi considerassi di più” si otterranno sicuramente più risultati che non utilizzando la tecnica messaggi tu “E’ colpa tua – Quando tu non mi ascolti – Perché mi ignori – Tu sei un egoista”. Nell’ultimo caso l’interlocutore si offenderà, o si arrabbierà e probabilmente attiverà un atteggiamento di difesa che interferirà con la comunicazione.

Dimostrare di ascoltare l’altro e cercate di capire quello che vi sta dicendo.                   Riassumete o parafrasate quello che ha detto e verificate se avete capito (“quindi stai dicendo che quando succede questa cosa tu ti senti triste, intendi questo? “).

In questo modo dimostriamo all’altra persona che la stiamo realmente ascoltando e che stiamo cercando di capirla.

Infine è importante concentrarsi sul problema attuale e non tirare fuori altri problemi non inerenti a quello presente. E’ necessario, quindi “rimanere in tema” per riuscire davvero a risolvere la questione.

Bisogna, quindi:

  • focalizzarsi su un problema,
  • concordare su cosa parlare
  • eprimere i propri bisogni e sentimenti
  • cercare insieme varie soluzioni possibili (anche scrivendole e facendo una lista)
  • non fare promesse ma programmarsi piccoli obiettivi da raggiungere e verificare poi se sono stato raggiunti.

Comunicare all’interno della coppia in situazioni di stress può non essere facile se non ci sentiamo capiti, non ci sentiamo ascoltati, ci sentiamo accusati.

Modificando il modo in cui comunichiamo e cosa comunichiamo ci dimostriamo più aperti all’altro e sentiremo l’altro piu vicino a noi.

Sarà quindi possibile capirsi, ascoltarsi e non accusarsi.

VERO O FALSO DEL RAPPORTO DI COPPIA

RAPPORTO DI COPPIA

VERO O FALSO?

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

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Si parla tanto e spesso di coppie, amore, amore vero, l’altra metà della mela.

Ma quante delle comuni credenze circa l’amore sono vere e quante invece vengono travisate?

Esiste davvero chi può completarci? E’ vero che aspettando prima o poi arriva il grande amore?

Vediamo insieme di sfatare falsi miti e parlare di coppia.

L’amore si può imparare. Vero.                                                                                       L’amore romantico è un ingrediente necessario, ma non sufficiente per una relazione amorosa soddisfacente. Per la costruzione di una relazione amorosa appagante è importante l’ingrediente dell’impegno e della volontá oltre alla consapevolezza della modalitá con cui ognuno si relaziona all’altro.
Dedicare tempo all’unione di coppia e della famiglia è un compito indispensabile per favorire uno sviluppo sano delle relazioni.Vero.                                                    Dedicare tempo e attenzioni che riflettano l’impegno nel portare avanti la relazione sono condizioni necessarie per la sua sussistenza. Una storia che va avanti per inerzia è destinata ad andare incontro a qualche ostacolo.
Un buona relazione ha a che fare con il sesso. Vero.
Il sesso permette un’intimitá che è estremamente importante per conoscere l’altro.

Il sesso risolve tutto. Falso                                                                                        Sbagliato, il sesso è comunicazione nella coppia. In alcuni casi sostituisce le parole che non si trovano, che non si riesce a dire, di cui abbiamo paura. Ma non funziona sempre così. Se qualcosa non va fuori dal letto, è probabile che anche sessualmente si resti muti, silenziosi, rancorosi, spenti. Inoltre deve essere spontaneo e soddisfacente più che perfetto e secondo le regole. Il piacere non sta in durata e performance. Può stare anche dove non c’è l’orgasmo. Se riusciamo a farne uno spazio di vera intimità, scambio, libertà.

Basta l’amore a far funzionare tutto. Falso
Non basta, invece. Consapevolezza, comprensione, empatia, vicinanza, dialogo, rispetto, complicità: questi ed altri ingredienti sono necessari perché una relazione funzioni nel tempo. La capacità di fare squadra, più che la passione, aiuta la tenuta del rapporto. La coppia è un luogo vitale, dove si devono muovere forze varie e complesse, l’amore è solo una di queste.
Prima o poi aspettando si trova la persona giusta. Falso
Spesso ci si ancora alla fantasia del principe azzurro o della principessa dei sogni che arriverá. Ciò che in realtá conta è prendere in mano la propria vita e portarla in direzione dei propri valori fiduciosi delle proprie risorse. Aspettare passivamente che le cose cambino non servirá a trovare la persona che ci salverá. Solo noi possiamo salvare noi stessi.

Il mio compagno mi completerà. Falso
Les e Leslie Parrot, terapeuti di coppia, sostengono: ‘Se costruirai la tua intimitá prima di costruire la tua identitá, le tue relazioni saranno tutte tentativi di completare te stesso e per lo piú saranno dei fallimenti’.

Cercare l’altra metà, l’anima gemella. Falso                                                                 Inutile aspettarsi che l’altro ci risolva, ci guarisca, ci completi. O che dia risposta ai nostri problemi, alle nostre insoddisfazioni. Il partner non deve salvarci, proteggerci, ma forse prendersi cura di noi. Poter contare sull’altro è cosa diversa. Chi crede di trovare la propria “guarigione” nell’altro, “ammala” anche la coppia.

Per stare bene insieme bisogna pensarla alla stessa maniera. Falso.
Le persone sono diverse geneticamente, fisiologicamente e psicologicamente. Una relazione è piú piacevole quando l’altro l’arricchisce con le sue differenze.

Bisogna condividere tutto: interessi, passatempi, amicizie. Falso                              Chi dice che si devono avere gli stessi gusti per stare insieme? Non siamo solo fidanzati o marito/moglie nella vita, siamo anche altro, e non è detto che il partner debba essere presente in ogni nostra sfera di interesse. Intromissioni e musi lunghi perché uno dei due fa cose che all’altro non piacciono sono molto pericolosi. Perché è legittimo allontanarsi dalla coppia per il lavoro e non per altri ambiti esistenziali? Qui si giocano due temi scottanti per la coppia: autonomia e dipendenza. Occorre sapersi collocare a una giusta distanza.

Una buona relazione richiede l’idillio.Falso.
La sensazione meravigliosa dei primi tempi dell’innamoramento svanisce sempre per trasformarsi in amore. Chi pensa che una relazione sia scadente se non è immersa nelle emozioni paradisiache dell’innamoramento non considera l’importanza e la passione delle piccole abitudini quotidiane.

Il sentimento non cambia. Falso
Invece sì, eccome. Si trasforma, assume nuove forme. Riferirsi solo all’intensità è riduttivo perché ci sono altre dimensioni necessarie come la profondità, ad esempio. Se nel tempo qualcosa si trasforma, perde lo slancio iniziale, si tende a credere che l’amore si stia esaurendo. Semplicemente cambia quello che proviamo, così come ognuno di noi e la coppia. Dal coinvolgimento passionale iniziale si passa alla condivisione, che non è mitica però più utile per andare avanti insieme nel quotidiano.

Una buona relazione richiede l’assenza di problemi.Falso.
Le coppie devono imparare a considerare la differenza di opinioni come momenti di crescita e riconnettersi a livello emotivo e non disconnettersi a causa di un problema. Discutere di per sè non è né buono né cattivo. Invece di evitare i conflittti, è bene imparare ad esprimere il disappunto e a gestire il conflitto.

Esiste un modo giusto e uno sbagliato di amare. Falso.
Ognuno costruisce le proprie buone modalitá di stare in relazione. È importante esserne consapevoli.

Essere sempre sinceri. Falso                                                                                          C’è bisogno di rivelare ogni cosa, ogni pensiero? A volte essere sinceri può ferire, deludere. Dietro la facciata della sincerità a tutti i costi, inconsapevolmente possiamo voler punire, aggredire. Tenere delle cose per sé non vuol dire non essere leali.
Pensare di possedere l’altro: Tu sei mio, io sono tua. Falso
Il più atroce e pericoloso tra i miti. Il desiderio di appartenenza che diventa bisogno di possesso. Se si sceglie di appartenersi non è per sempre, il rapporto va rinegoziato e confermato, ci si deve lavorare continuamente. Ogni giorno bisogna sentirsi, spontaneamente e per scelta, di appartenere a quella persona, nessun altro vincolo può e deve bloccarci. Nessuno ha il diritto di possederci senza la nostra volontà, di abusare di noi, di tenerci da qualche parte dove noi non abbiamo scelto di stare. Il rispetto dell’altro passa prima da quello per noi stessi. Immolarsi, sacrificarsi, privarsi, non devono esistere. Nessuno ci possiede, né noi possediamo l’altro. La gelosia, così tanto mitizzata come segno inequivocabile d’amore, è in realtà, nelle sue forme più acute, un sentimento egoistico, disgraziato e invadente.

La fedeltà a tutti i costi. Falso
La fedeltà sessuale non può essere un obbligo, inderogabile, perché il desiderio può prendere molte strade. È una scelta personale. Un impegno, eventualmente con noi stessi. Viene da sé quando esiste un senso del Noi di coppia forte e stabile. Alcune volte il tradimento è un campanello di allarme.

Se esci da solo/a allora non mi vuoi. Falso
Ecco a voi il mito dell’esclusività. La coppia è un spazio scelto, il preferito generalmente, per crescere, confrontarsi, conoscersi. Ma non è l’unico. Fare della coppia un vincolo, è dare una scadenza alla relazione. Se viviamo le scelte autonome dell’altro come una minaccia, siamo condannati a rimanere veramente soli. Perché più facilmente l’altro si sentirà vincolato e limitato e vorrà andarsene.

Rinunciare per “amore”. Falso
Stare in coppia non significa perdersi, rinunciare, mettersi in secondo piano. Vuol dire rimanere se stessi “vestendo” i panni dell’altro, rispettandolo. Chi rinuncia alle proprie amicizie, lavoro, interessi “per amore”, si sta annullando per dipendere sempre di più dal partner. A volte può essere una forma di controllo. La costruzione del senso del Noi inizia dalla propria individuazione e realizzazione, non è possibile prescindere da questo.

 

È inutile cercare chi ti completi, nessuno completa nessuno, devi prima essere completo da solo per poter esser felice.” E. Fromm

“Paradossalmente la capacità di stare da soli è la condizione prima per la capacità di amare.” E. Fromm

 


B. gasperini. il decalogo salvacoppia. amore&sesso, la repubblica 14 aprile 2014

e. giusti, a pitrone. essere insieme. terapia integrata della coppia amorosa. sovera 2004