Dimmi che padre hai avuto e ti dirò che uomo cerchi

DIMMI CHE PADRE HAI AVUTO E TI DIRO’ CHE UOMO CERCHI

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

Spesso abbiamo sentito parlare del Complesso di Edipo nello sviluppo dei bambini, in cui in una determinata fase dell’infanzia il bambino vuole conquistare la madre contrapponendosi  al padre.Meno spesso si parla del corrispettivo femminile, ossia il complesso di Elettra in cui la bambina, desiderando conquistare il padre, si mette in competizione con la madre.

Nelle bambine, l’”attrazione” nei confronti del padre fa sì che la figura paterna, con le sue peculiarità, diventi il modello che verrà adottato come confronto nelle relazioni sentimentali dalla donna adulta. La scelta inconsapevole di un partner simile al padre o la scelta inconsapevole di un partner totalmente differente dal padre potrebbero portare la donna a costruire relazioni disfunzionali per se stessa.

Se il complesso di Elettra non viene superato ed elaborato la bambina, diventando donna, continuerà a ricercare ossessivamente ed inconsapevolmente le caratteristiche paterne nei partner sentimentali. Questo da un lato può portare le donne a ricercare nella relazioni  le stesse caratteristiche disfunzionali avute nella relazione paterna riproponendo quindi i modelli disadattivi appresi nell’infanzia o, al contrario, se la figura paterna è stata idealizzata ad avere come metro di giudizio il padre idealizzato ed ogni partner quindi risulterebbe inadeguato. Queste donne si sentono  eternamente insoddisfatte e critiche nei confronti degli uomini, poiché non riescono a consapevolizzare come dentro di loro stiano ricercando un padre partner piuttosto che una vera relazione matura. Sono donne che non riescono a sviluppare una autonoma capacità di contenimento ed amorevolezza nei confronti di sé.

 

Quale padre – Quale partner?

  1. L’autoritario
    Chi ha avuto un padre autoritario, severo ed intransigente, spesse volte impegnato e assorto solo nelle attività lavorative/professionali, potrebbe sviluppare una forte insicurezza e bassa autostima per cui tenderà a ricercare un partner altrettanto dominante duro e discontinuo in quanto è il modello relazionale che ha imparato .
    Il partner ideale e funzionale a cui bisognerebbe aspirare è, invece, un partner che ami il dialogo (comunicazione che non è stata possibile nella relazione paterna), che ascolti e non giudichi, creando un rapporto paritario e simmetrico. Una valida alternativa è l’autorevole, che si pone come guida, ma è aperto al confronto, che dà sicurezza, ma non toglie l’autonomia.

    2. L’amicone
    Il padre amico se da un lato ha permesso la confidenza, la spensieratezza e il buonumore, dall’altro non ha rappresentato una figura- guida forte e quindi può indirizzare verso comportamenti superficiali e perennemente infantili.  Per contrapposizione, la scelta di un partner funzionale potrebbe ricadere su un uomo concreto e pratico, che prenda in mano la sua vita con responsabilità. Può essere adatto anche un compagno ironico e “leggero”, a patto che la donna non diventi la colonna portante della coppia, facendogli da madre invece che da compagna.

    3. Il disinteressato
    La terza tipologia paterna è quella del padre disinteressato ed emotivamente assente nei confronti della figlia.
    Un padre così è un evitante, che spesso nasconde dietro la sua evanescenza il suo essere anaffettivo. Spesso costruisce rapporti frammentati con la figlia, fatto di assenze e di poca comunicazione, che possono portare a scatenare paura, insicurezze e rabbia, ma anche chiusura verso il mondo maschile, pensando che mai nessuno possa mai comprenderla veramente.   
    Il rischio di duplicare la stessa dinamica è quello di rincorrere uomini centrati su se stessi, egoisti e sfuggenti, che si danno poco e che non danno mai certezze. Meglio mirare a compagni empatici, consapevoli della propria emotività, che non hanno paura di esternarla e di mettersi in gioco con il cuore.

    4. L’inimitabile
    Questa tipologia di padre potrebbe essere il padre ideale, che non solo fa sorridere, ma protegge ed educa con tenerezza e collaborazione con la madre. Avere avuto un padre così, non solo fa crescere una figlia come donna sicura e autonoma, ma le permette di relazionarsi in modo sereno con il genere maschile, conscia delle sue potenzialità e consapevole di ciò che cerca in una storia. Tuttavia, chi ha avuto un padre presente, empatico, supportivo e presente potrebbe rimanere incastrata nella visione del padre come “uomo migliore del mondo”. Questa tipologia di donne potrebbe essere attratta dall’esatto opposto: uomini inconcludenti e che abbassano l’autostima, poiché desiderano inconosciamente che il padre rimanga l’uomo migliore della propria vita.
    L’uomo “giusto” da cercare, invece, sarà quello che, come il padre, deve trasmetterle la stima di sé dimostrandosi interessato a lei sinceramente, rispettandola e amandola ogni giorno.

Le nostre relazioni dell’infanzia, dunque, creano dentro di noi dei modelli relazionali su cui baseremo le nostre relazioni adulte. Essere consapevoli delle nostre ferite e dei nostri vissuti ci permette di poter intervenire per arrivare a conoscere quell’amore che tanto avremmo voluto e che tanto vorremmo.

 

“La consapevolezza è il primo passo verso il cambiamento”  (N.Branden)

 


http://d.repubblica.it/amore-sesso/2014/09/08/news/che_uomo_cerco_padre_famiglia-2270082/

Il Narcisista: se lo conosci, lo eviti!

Narcisista: se lo conosci lo eviti!

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

Avere a che fare con un narcisista può essere un’esperienza destabilizzante e traumatica per chi la subisce.

Il narcisismo è un aspetto della personalità che può essere definito sano quando si caratterizza con un equilibrato amor proprio e autostima ma può assumere caratteristiche di disturbo quando si manifesta con una percezione grandiosa di se e una totale mancanza di empatia e di interesse per gli altri. Il narcisista è una persona profondamente convinta che i suoi interessi, i suoi bisogni e le sue idee  siano più importanti e vengano prima di chiunque altro. Crede di essere unico e speciale e ha continuamente bisogno di essere ammirato;  non riesce ad ascoltare con attenzione chi lo circonda perché ha bisogno di stare sempre al centro dell’attenzione. Tende a sfruttare le persone senza provare alcun senso di colpa o rimorso e adotta spesso un atteggiamento manipolatorio. Invidioso e arrogante, giudica tutti con facilità destabilizzandone l’autostima poiché non accetta che qualcuno possa essere migliore di lui.

Lo sviluppo di una percezione grandiosa e amplificata di sé ha lo scopo di nascondere la vulnerabilità e la sensazione di impotenza avvertita quando si confronta con l’ambiente esterno. Per mantenere  il proprio sé grandioso e per nascondere le proprie insicurezze, il narcisista è alla ricerca costante di attenzione e adulazione, quando questo non è possibile insorgono in lui significativi segni di rabbia e insofferenza.  Quando si sente rifiutato o allontanato cerca in tutti i modi di riconquistare, mettendo in atto comportamenti anche violenti quando questo non accade.

L’inganno del narcisista

Ad un primo approccio può risultare come una persona molto interessante ed affascinante, sembra mettere al primo posto la persona con cui stabilisce una relazione. Conquista in tutti i modi la propria partner facendola sentire perfetta, la ricopre di attenzioni, le fa regali, complimenti e sembra quasi che sia disposto a fare tutto pur di averla accanto e starci insieme facendola sentire unica e speciale. Il/ La partner crede quini di ver trovato il principe azzurro. Ma, non appena il narcisista si sente sicuro del rapporto, dopo il matrimonio, convivenza o la nascita dei figli, tutto cambia. Più la relazione si approfondisce minore è la sua disponibilità nel rapporto, iniziano le critiche e le continue svalutazioni oltre che il progressivo disinteresse. Improvvisamente il/la partner arriva a sentirsi sola, svalutata e vulnerabile. Il narcisista fugge ogni qual volta si deve confrontare, rifiutando di affrontare i problemi, di instaurare una relazione intima ed emotivamente coinvolgente. Reputa “colpevoli” gli altri del proprio malessere, cercando di distorcere la percezione della realtà in funzione del proprio soddisfacimenti.

In che modo avviene la manipolazione?

– Secondo il narcisista ogni persona con cui si relaziona è considerata buona solo quando supporta la sua percezione di grandiosità e lo aiuta a sentirsi desiderato e unico, quando questo non avviene più, chi gli è vicino diventa cattivo e viene svalutato e criticato;

distorce i ricordi e gli eventi quando  questi non si allineano alla sua percezione di superiorità;

nega sempre l’esistenza di problemi o difetti che li riguardano analizzando gli eventi in modo apparentemente logico ma distorcendo effettivamente la realtà;

– tende a far sentire in colpa e ad accusare le persone vicine per comportamenti che è lui a mettere in atto ma di cui non si assume la responsabilità,

nega l’evidenza dei fatti quando questi mettono in discussione la sua grandiosità;

– afferma che non vi è nulla di sbagliato in lui e nei suoi comportamenti, attribuendo la causa del suo malessere sempre all’esterno.

 

La vittima del narcisista

La vittima del narcisista avverte un enorme senso di impotenza. Ogni tentativo di migliorare la situazione viene sabotato completamente. Il/la partner del narcisista avverte una significativa perdita di energia, entusiasmo e di autostima. L’unico modo per mettersi in salvo è tagliare qualsiai tipo di rapporto con il narcisista, non permettendo riavvicinamenti e non sperando di cambiarlo. Il vano tentativo di cambiarlo non farà altro che farci sentire peggio e darà più potere al narcisista che del nostro amore e del nostro bisogno di amore ne fa la propria arma principale. Nel momento in cui ci allontaneremo da lui, diventerà più pressante che mai e cercherà di riconquistarci in tutti i modi perchè non può tollerare di essere lasciato e perdere la propria fonte di adulazione. In questa fase è di fondamentalmente importanza non cadere nella trappola: si ricomincerebbe da capo.

L’unico modo per salvarci è imparare ad amare noi stessi e prenderci cura prima di tutto dei nostri bisogni.

 

Nessuno è così vuoto come coloro che sono pieni di se.
(Andrew Jackson)

Paura dell’abbandono. Come superarla?

PAURA DELL’ABBANDONO

COME SUPERARLA?

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

La paura di essere abbandonati, lasciati o rifiutati è molto più frequente di quanto possiamo immaginare. Quando ci troviamo di fronte ad un legame importate che possa essere d’affetto, d’amore o d’amicizia non è raro avere paura che questo possa essere danneggiato o interrotto. In alcuni casi la paura di essere abbandonati è molto forte ed evidente per chi la prova arrivando a sperimentare intensi vissuti di angoscia quando si percepisce un allontanamento da parte dell’altra persona. In altri casi la paura dell’abbandono può manifestarsi in un modo più silenzioso fino ad arrivare a rendere difficile identificarla.

Vediamo insieme quali possano essere i comportamenti che ci indicano che nel nostro intimo abbiamo paura di essere abbandonati

1) Quando il nostro partner o il nostro caro non risponde ad una telefonata ad un messaggio pensiamo subito che sia accaduto qualcosa di brutto come un incidente o che questa persona si sia dimenticata di noi;

2) Dire sempre sì anche quando vorremo dire no. Accontentare sempre gli altri mettendo in prima linea i loro desideri rispetto ai nostri bisogni potrebbe indicare che pur di sentirci voluti siamo disposti a metterci da parte;

3) Fare paragoni con fratelli o sorelle, con ex, con colleghi o con amicizie ed esserne gelosi potrebbe essere un altro campanello d’allarme che indica che temiamo che qualcun altro possa portarci via l’affetto o la stima dei nostri cari;

4) Richieste continue di tempo. Può accadere di richiedere sempre tempo e attenzioni ai nostri cari pur di avere la dimostrazione che tengono a noi e che ci prendono in considerazione. Il fatto che il nostro partner possa avere anche altri interessi oltre a noi ci spaventa;

5) Sabotare le relazioni. Chi ha paura di essere abbandonato può mettere in atto dei comportamenti che sabotano la coppia. Da un lato si vuole mettere perennemente alla prova il legame, spesso finendo poi col danneggiarlo. Dall’altro per paura di essere abbandonati si può essere i primi a farlo.

 

Dove nasce la paura dell’abbandono?

La paura dell’abbandono ha le sue origini nell’infanzia. Può nascere a partire da vissuti traumatici come il divorzio, la perdita o l’allontanamento di un genitore o, ancora, se un genitore fa sentire il figlio inadeguato (o perlomeno questo è ciò che il figlio percepisce). Bisogni insoddisfatti e mancanza di attenzione, possono innescare nel bambino un senso di inadeguatezza e la paura di essere abbandonati da un genitore. Il bambino non si sente meritevole d’amore e quindi la sua “logica” lo spinge a pensare che può essere abbandonato Queste esperienze durante la prima infanzia possono generare, nell’adulto, una forte paura dell’abbandono e del rifiuto. Quando la paura dell’abbandono raggiunge livelli importanti, l’individuo potrebbe non riuscire a instaurare relazioni sane e paritetiche.

Tale timore può radicarsi e avere ripercussioni nella vita adulta influenzando non solo la sfera sentimentale ma anche sociale e professionale.

Cosa fare?

Il primo passo è rendersi conto della nostra profonda paura. Per liberarsi da questo timore è necessaria una profonda elaborazione delle proprie ferite e lavorare sulla propria autostima. Se il bambino poteva pensare di non essere meritevole d’amore, l’adulto deve imparare a riconoscersi di esserlo.

La paura dell’abbandono può portare a sperimentare forti sbalzi d’umore in relazione ai comportamenti dell’ altra persona sperimentando ansia, inadeguatezza e sfiducia e può sfociare in rapporti di dipendenza emotiva.

Guarire dalla ferita dell’abbandono è possibile: una volta consapevoli della propria paura è possibile imparare nuove modalità per prendersi cura di se stessi, imparare a comunicare i propri bisogni riconoscendosi il diritto di averne, lavorare sulla propria autostima e imparando a costruire relazioni sane.

 

“Apprezza ciò che sei perché tu sei amore, quell’amore che cerchi in ogni cosa e in ogni dove.
Accogli ciò che tu sei perché tu sei ciò che cerchi di essere, ciò che tu vuoi essere, tu sei la 
vita che crea la tua vita.
Accetta te stesso, 
amore del tuo amore, perché tu sei ciò che hai tanto bisogno di essere.
Sorridi all’
amore che tu emani perché tu sei quell’amore che cerchi in ogni luogo, pace dei tuoi sensi.” P. Coelho

La sindrome del Bianconiglio: ho fretta, ho fretta è tardi!

La sindrome del bianconiglio: ho fretta ho fretta è tardi!

A cura della
Dott.ssa Maria Cristina Zezza

“Ho fretta ho fretta è tardi” ripeteva il Bianconiglio di Alice nel paese delle meraviglie. Il tempo era per lui una persecuzione ed era costretto a correre da una parte all’altra freneticamente. Quante volte ci sentiamo anche noi dei Bianconigli? Corriamo tra un impegno e un altro con la sensazione che il tempo a disposizione non sia abbastanza, che abbiamo troppi impegni e non abbiamo mai tempo per noi. L’atteggiamento mentale di chi va sempre di corsa consiste in un’ incapacità di vivere il presente poiché l’attenzione è sempre rivolta al futuro e la mente è proiettata su quello che c’è ancora da fare. Essere impazienti quando si è in fila, completare le frasi degli altri e intervenire quando qualcuno è più lento di noi nel portare a termine un compito è tipico delle persone che nella vita vanno sempre di corsa. In uno stile di vita così frenetico una delle principali fonti di stress è la “mancanza di tempo”. Questo atteggiamento ci impedisce di godere delle cose e spesso causa problemi di stress e di salute ed è per questo che rallentare e gestire meglio il proprio tempo contribuisce significativamente a migliorare la nostra qualità di vita. Una corretta e attenta pianificazione del nostro tempo ci permetterebbe di vivere al meglio le nostre giornate.

Cosa ci impedisce di gestire efficacemente il nostro tempo?

  • Pensare che è tutto assolutamente importante. Non avere una visione di insieme spesso può impedirci di capire cosa è realmente prioritario e iniziamo a fare le cose in modo confusivo e poco efficace. Può essere utile utilizzare la tecnica dell’ “Helicoter View”, ossia considerare il complesso delle attività che dobbiamo svolgere come se le guardassimo dall alto e visualizzare cosi le priorita dalle quali partire per andare nella giusta direzione senza perdere tempo.
  • Non programmare gli impegni. Lo stress deriva soprattutto dal pensare costantemente a tutte le cose da fare, impegnando tutte le risorse disponibili. Gli impegni di lavoro sono vissuti come carichi faticosi e con un forte senso di ansietà dovuto alla paura di non riuscire a fare tutto. Con una buona programmazione si risparmia tempo e si migliora la qualità dei risultati
  • Ho troppo da fare non ho tempo per pensare”. Eseguire tutte le attività in modo automatico ci nega la possibilità di trovare alternative diverse alla soluzione di un problema.
  • C’è tempo”. Spesso non consideriamo attentamente il tempo che richiede una determinata attività e ci ritroviamo a svolgerlo all’ultimo minuto o a non riuscire a rispettare le scadenze. La mancata valutazione del tempo nella pianificiazione comporta un elevata dose di stress!
  • Domani è un altro giorno”. Spesso quando non ci va di fare qualcosa tendiamo a rinviarla a un ipotetico domani. È meglio affrontare subito ciò che non ci va di fare per non ritrovarsi alla fine della settimana ad avere accumulato tutti impegni sgraditi che creerebbero tanta frustrazione.
  • Io vengo dopo”. Non programmare correttamente il tempo rischia di mettere il nostro ben essere e la nostra vita privata in secondo piano. È buono, quindi, inserire in agenda l’appuntamento con se stessi!

Per riuscire a programmare al meglio il nostro tempo, un utile strumento è l’utilizzo dell’agenda. L’agenda funziona da mappa personale che ci consente di: avere una visione d’insieme di tutti i compiti da svolgere, programmare in maniera sistematica le attività e le scadenze importanti, organizzare e controllare l’esecuzione di quanto progettato. L’agenda va strutturata distribuendo il tempo tra compiti impegantivi (lavoro), impegni leggeri (amici, sport), tempo libero ed imprevisti.

È importante riservare uno spazio agli imprevisti che sono una delle poche certezze della giornata lavorativa; questo consente di poterli affrontare in modo proattivo invece di subirli passivamente. E’ importante affrontare solo gli imprevisti che non possano essere ignorati, delegati o posticipati.

Infine, è fondamentale l’appuntamento con se stessi e programmare lo spazio per il tempo libero. Il tempo per noi è la nostra ricarica e la nostra energia, il riposo notturno non è sufficiente. Come una macchina si ferma senza la benzina, anche noi rischiamo di andare in panne se non abbiamo la nostra fonte di ricarica.

   55% Impegni pesanti (lavoro, appuntamenti)                                                                    25% impegni leggeri (amici, sport)                                                                                      10% Imprevisti                                                                                                                      10% Tempo libero                                                     ⌋

 

ATTENZIONE ai “Rubatempo”

Non basta solo riuscire a programmare il nostro tempo è importante anche rispettare ciò che è stato programmato e con i tempi stabiliti. Vi sono, però, dei rubatempo, ossia avvenimenti, situazioni e attività che danno la sensazione di aver sprecato il tempo. È importante riconoscerli per evitare che entrino in azione!

  • Attenzione alla “porta sempre aperta”: fare attenzione al tempo che ci richiedono gli altri. Può succedere di lasciare la “porta aperta” a chi potrebbe interromperci e intralciare il nostro lavoro. È opportuno, con intelligenza e cortesia, difendere il nostro tempo: farsi vedere occupati scoraggia le persone; nel caso di una visita inattesa la tecnica del “rimanere in piedi” renderà l’incontro sicuramente più breve.
  • Il telefono: il telefono ci rende continuamente accessibili e quindi potremmo essere disturbati in continuazione. Può essere utile nel tempo che abbiamo programmato per svolgere una data attività di inserire la segreteria telefonica di modo da poter richiamare e dedicare del tempo alle attività sociali in un altro momento.
  • L’incapacità di dire di no: quando avvertiamo che il nostro tempo ci viene sottratto da richieste inopportune abbiamo la possibilità di dire di no. Ciò può essere difficile per paura di offendere qualcuno, creare un conflitto o non venire accettati. Allo stesso tempo dire di no è fondamentale per difendere il proprio confine, aiuta ad aumentare la propria autostima, migliora la qualità e l’efficienza del tempo e aiuta a diminuire lo stress.

Le 7 leggi del tempo (Gamirasio 2007).

  • Legge di Pareto: il 20% delle attività che svolgiamo produce l’80% dei nostri risultati.                                                                                                                             È importante focalizzare le priorità e focalizzarsi sulle attività utili al raggiungimento dell’obiettivo. Delegare per non disperdere energie e forze.
  • Legge di Parkinson: il lavoro dura sempre quel tanto che è necessario a colmare il tempo disponibile per farlo.                                                                                           Importanza della pianificazione e rispetto dei tempi stabiliti
  • Legge di Fraisse: il tempo è un’esperienza soggettiva; la durata di un’attività piacevole viene percepita come breve; quelle spiacevoli sembrano non passare mai. Durante la giornata alternare le attività piacevoli con quelle pesanti. Svolgere le attività leggere nei momenti di maggiore stanchezza.
  • Legge di Illich: quando si supera una certa soglia di lavoro, l’efficacia diminuisce. Durante la giornata, stabilire delle pause come momento di ricarica, oltre a quella del pranzo. È bene concedersi 5 minuti di pausa ogni due ore di lavoro.
  • Legge di Murphy: lo svolgimento di un lavoro dura più tempo di quanto era stato previsto.                                                                                                                     Pianificare solo il 60-70% della giornata per poter gestire anche gli imprevisti.
  • Legge dell’accumulo di Douglas: quello che si accumula tende ad occupare tutto lo spazio disponibile che abbiamo per contenerlo.                                                           Mettere in ordine a fine giornata gli strumenti e l’ambiente di lavoro. Non accumulare attività spiacevoli.
  • Legge di Carlson: svolgere un’ attività in modo continuativo richiede meno tempo che suddividerla in più momenti.                                                                                   Scegliere sequenze di lavoro omogenee e proteggersi dalle richieste dell’esterno.

 

Non è vero che abbiamo poco tempo: la verità è che ne perdiamo molto.
(Seneca)


bibliografia

de luca K., spalletta e. (2011). praticare il tempo. sovera editore

 

Chi, come, quando e perchè della psicologia

CHI, COME, QUANDO E PERCHE’ DELLA PSICOLOGIA

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

psi

Chi è lo psicologo?

Lo psicologo è un professionista che si occupa del benessere psicologico delle persone. Ha una formazione specifica in Psicologia: ha svolto 5 anni di università, un anno di tirocinio e ha superato l’Esame di Stato di Abilitazione previsto dalla Legge.

Perché andare da uno psicologo?

Può accadere nella vita di attraversare momenti particolarmente difficili. La fine di una relazione, difficoltà lavorative, ansia, paura, solitudine e lutti sono solo alcune delle difficoltà che possiamo incontrare nel nostro cammino e che possono provocarci una grande sofferenza. Chiedere aiuto è un gesto d’amore verso sè stessi.

Chi va dallo psicologo è matto?

Assolutamente no. Chi prende la decisione di rivolgersi ad uno specialista è, anzi, una persona che, riconoscendo di star passando un periodo di difficoltà, vuole fare qualcosa per stare meglio e prendersi cura di sè.

Lo psicologo prescrive farmaci?

No. Lo psicologo non utilizza farmaci, questi possono essere prescritti esclusivamente da un medico. Lo psicologo usa il colloquio clinico, l’ascolto attivo ed empatico, tecniche e strategie comportamentali, compiti a casa e la relazione terapeutica per aiutare la persona a raggiungere i cambiamenti desiderati.

Quanto dura un percorso?

La durata del percorso psicologico non è definibile a priori. La frequenza degli incontri è generalmente una volta alla settimana per 45-50min.

Posso essere sicuro che ciò che racconto allo psicologo rimanga confidenziale?

Assolutamente si. Il professionista ha il segreto professionale come esplicitato all’art 11. del codice deontologico degli psicologi.

Lo psicologo risolve i problemi al posto della persona?

No. Il lavoro terapeutico va fatto in due: terapeuta e paziente. È’ solo con l’impegno, la motivazione e la collaborazione della persona che si può lavorare bene insieme. Lo psicologo aiuta a trovare le risorse interne necessarie al raggiungimento dell’obiettivo che si vuole raggiungere.

“La gente teme quello che ha dentro, ma è l’unico posto in cui troverà tutto quello che serve”

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Insicurezza. Impariamo ad amare noi stessi

INSICUREZZA. IMPARIAMO AD AMARE NOI STESSI

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

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Impara a piacere a te stesso. Quello che pensi tu di te stesso è molto più importante di quello che gli altri pensano di te.
(Anonimo)

Non mi piaccio, ho paura di prendere una scelta sbagliata, gli altri sono migliori di me, non valgo nulla. Queste sono alcune delle frasi che ci diciamo quando ci sentiamo insicuri.

L’insicurezza può essere definita come una sensazione di inadeguatezza, di non sentirsi all’altezza di qualcosa o di qualcuno. È caratterizzata da una scarsa fiducia in sé stessi, scarsa autostima e senso di inferiorità.

Nella vita può essere capitato a tutti di sentirsi insicuri rispetto a una data situazione. Dover prendere una decisione importante, esporsi di fronte a tante persone, dover affrontare un cambiamento può farci infatti vacillare nelle nostre convinzioni. Tutto ciò è del tutto normale e ci rende semplicemente umani.

L’insicurezza può divenire più difficile da accettare quando riguarda qualsiasi ambito della nostra vita, da quella sentimentale a quella lavorativa, da quella personale a quella amicale. Chi si sente insicuro spesso pensa che ciò che pensano gli altri sia sicuramente più giusto di quello che pensa la persona stessa, tendiamo a credere che abbiano tutti ragione tranne noi, siamo giudici severi di noi stessi e critichiamo ogni cosa che facciamo. Spesso possiamo avere difficoltà a concludere un compito o un lavoro dal momento che non è mai abbastanza perfetto.
La sensazione che si ha è di non essere all’altezza delle situazioni, per questo raramente chi è insicuro esprime il proprio parere su qualcosa soprattutto se si tratta di esprimere un disaccordo. Il timore è che se esprimiamo il nostro punto di vista gli altri potrebbero rifiutarci o abbandonarci.
Queste paure portano ad un’elevata sensibilità al giudizio altrui, per cui chi è insicuro risente fortissimamente di ogni critica tendendo ad offendersi o ad isolarsi. Inoltre, pur di sentirsi amabili si tende a fare qualsiasi cosa che venga richiesta. È frequente, infatti, che le persone con poca autostima sia asservite ai desideri degli altri, con la speranza cosi di sentirsi riconosciuti un qualche valore.

L’origine dell’insicurezza può essere ricercata prevalentemente nell’infanzia, nel rapporto con i propri genitori o con le prime esperienze di socializzazione a scuola. Benché i genitori spesso facciano tutto quello che possano nel dare amore ai propri figli, può accadere che nella mente di un bambino i comportamenti vengano interpretati in modo diverso. Questo può accadere quando ad esempio abbiamo avuto dei genitori molto severi, pronti a rimproverarci per un errore ma non a premiarci quando abbiamo fatto qualcosa per bene. In questo modo quello che interiorizza il bambino è che non è sufficientemente bravo per ricevere un riconoscimento dai propri genitori. Anche le prime esperienze di socializzazione, che consistono nel primo rapporto con i pari, se sono state in qualche modo traumatiche possono portare dentro al bambino un senso di inadeguatezza.

Come uscirne?

Superare i blocchi dovuti al ‘insicurezza è possibile tramite un lavoro su sé stessi. È importante riconoscere come spesso sono i nostri pensieri, il modo in cui ci parliamo e il giudizio che ci diamo a renderci insicuri. Attraverso un percorso alla scoperta di sé è possibile scoprire che abbiamo sì dei limiti, ma anche delle qualità e che siamo cosi “perfettamente imperfetti”. Non perfetti ma sicuramente nemmeno del tutto sbagliati. Spostando l’attenzione da ciò che in noi non ci piace a ciò che invece ci piace può essere fatto un importante passo avanti verso l’amore per noi stessi. Solo volendoci bene, infatti, potremo sentire dentro di noi di avere il diritto di dire ciò che pensiamo, di poter ascoltare i nostri bisogni anche se non coincidono con quelli degli altri, e soprattutto sentire che andiamo bene per come siamo e non per ciò che facciamo.

Mi chiedi qual è stato il mio più grande progresso? Ho cominciato a essere amico di me stesso.
(Lucio Anneo Seneca)


bibliografia

giusti e., caputo o. (2010). la perfetta imperfezione. sovera editore

morelli r. (2006). ciascuno e’ perfetto. mondadori editore

#Fertilityday: la fertilità non è uno slogan

#FERTILITYDAY: LA FERTILITA’ NON E’ UNO SLOGAN

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

FERTILITYday

Negli ultimi giorni ha fatto molto scalpore la campagna promossa dal Ministro Lorenzin sul #fertilityday, campagna nata, teoricamente, per incentivare i giovani a fare figli essendo le nascite in calo. Tale campagna, per come è stata sviluppata e per gli slogan che ha adottato ha (giustamente) suscitato molte polemiche. Il tema della fertilità è un discorso estremamente personale e delicato da affrontare con dei risvolti psicologici importanti per chi si trova a non riuscire ad avere figli o per chi consapevolmente decide di non averne. Nel secondo caso, chi decide di non avere figli si trova a dover combattere quotidianamente con delle pressioni sociali molto forti, giudizi e critiche soprattutto nei confronti della donna, come se il non voler diventare madre facesse di lei una “meno donna” con tutte le conseguenze di isolamento sociale, autostima, senso di colpa e non solo che ne derivano.

Nella mia esperienza clinica, chi rimane ancora più ferito e colpito nel profondo è chi i figli non può averne. O per problematiche mediche o perché il caro orologio biologico che gli slogan ricordano si è fermato. Parliamo quindi di problematiche di infertilità. L’infertilità è riconosciuta come “crisi” nella vita di un individuo e della coppia capace di generare frustrazioni, stress, sentimenti di inadeguatezza e di perdita equiparabili al lutto. Per le donne, manifestare difficoltà procreative, significa sentirsi svalutate (in quanto la nostra cultura spesso valuta la donna in base alla sua capacità di “produrre”) ed escluse dal mondo fertile. I sentimenti associati alla condizione di sterilità certe volte fanno sì che la donna finisca con l’isolarsi dai rapporti sociali. I sentimenti più frequenti sono quelli di dolore, senso di inadeguatezza, crisi di identità, senso di colpa, crollo dell’autostima e depressione.

Malgrado le reazioni di un uomo siano solitamente più “silenziose”, possono essere molto simili a quelle della donna. Nel momento della comunicazione della diagnosi di sterilità da parte del medico, la prima sensazione può essere di shock ed incredulità. Dal punto di vista maschile la diagnosi di infertilità genera una diminuzione dell’autostima, in quanto il maschio è ancorato ad una tradizione culturale che tende a confondere virilità e fertilità e a confondere anche l’incapacità a generare con l’inadeguatezza sessuale lamentando una forte perdita nel senso di idoneità virile. Generalmente gli uomini tendono a non pensarci e non si concedono di riconoscere e vivere le emozioni relative al problema. Certi uomini possono concentrarsi sul lavoro: l’improduttività in un campo viene tentata di compensare dalla superproduttività in un altro.

Un’altra conseguenza della sterilità sono i molti disagi coniugali che si rilevano nella sfera della sessualità; c’è senz’altro una perdita di spontaneità nell’atto sessuale. La condizione di infertilità suscita, infatti, i fattori inibitori dell’esperienza sessuale, quasi a voler banalizzare un rapporto che di fatto non può essere finalizzato alla riproduzione. Ciò che in realtà coinvolge l’individuo e di conseguenza crea una profonda disarmonia nel rapporto di coppia è “la paura dell’intimità “, la riduzione dell’attrazione fisica nei confronti del partner, la mancata iniziativa nell’intraprendere l’atto sessuale, la diminuzione del desiderio e del grado di soddisfacimento sessuale.

In generale i sentimenti che accompagnano il processo di elaborazione della diagnosi di sterilità/infertilità sia nell’uomo che nella donna possono essere così sintentizzati:

Sorpresa/ Shock – generalmente i componenti delle coppie sterili non hanno mai messo in dubbio la propria capacità procreativa, hanno usato spesso metodi contraccettivi prima di prendere la decisione di avere un figlio, vivendo nell’assoluta convinzione di potere avere figli subito e senza problemi, da ciò consegue che la prima reazione alla diagnosi di sterilità sia di sorpresa;

Rifiuto – questo sentimento è caratterizzato dalla negazione della condizione di sterilità da parte della coppia. Questa reazione è considerata del tutto normale se limitata ad un breve periodo, viceversa, diviene patologica se si protrae nel tempo, in quanto si ha la negazione del problema;

Rabbia – tale reazione si genera dalla convinzione della coppia di avere subìto un’ingiustizia e di non meritare la condizione di sterilità. Se è limitata nel tempo e se non è rivolta contro gli altri, la rabbia presenta una reazione psicologica normale, al contrario deve essere considerata patologica quando si prolunga nel tempo e/o quando la coppia sterile la rivolge contro gli altri;

Isolamento – la coppia sterile tende ad isolarsi dalle famiglie di origine e dagli amici, questo ritiro dalla vita sociale è teso a volere evitare le occasioni che ricordano alla coppia condizioni di sterilità

Colpa – il senso di colpa e la colpevolizzazione dell’altro sono due vani tentativi messi in atto dalla coppia con lo scopo di trovare una giustificazione della loro condizione di sterilità. È uno dei sentimenti più frequenti;

Dolore – il dolore della coppia è causato dalla perdita della “vita potenziale” di un figlio che in realtà non è mai esistito, è un dolore solitario che non può mai essere condiviso con gli altri; infatti, la coppia spesso “piange” da sola per una perdita tenuta gelosamente nascosta agli altri. Il dolore è un sentimento necessario affinché possa aversi la risoluzione positiva delle reazioni psicologiche causate dalla sterilità e solitamente preannuncia la risoluzione della problematica in corso;

Risoluzione – è necessario che la coppia, al fine di affrontare il problema, consideri la propria sterilità come una condizione e non come una menomazione, trovando con forza la lucidità necessaria per affrontare il problema.

Queste fasi di elaborazione della diagnosi di infertilità sono molto simili alle fase di elaborazioni del lutto: Rifiuto, Collera, Venire a patti, Depressione e Accettazione.  L’infertilità genera il lutto del bambino desiderato ed immaginato che “non è stato”, lutto della genitorialità desiderata che poteva essere, lutto di un desiderio spezzato.

 

“Il bambino nasce dentro di noi molto prima del concepimento. Ci sono gravidanze che durano anni di speranza, eternità di disperazione”. 
Marina Ivanovna Cvetaeva

 


bibliografia

visigalli r. (2014). Sterilità e infertilità di coppia. Counseling e terapia psicologica. franco angeli editore

http://www.tuttosanita.it/PugliaSalute/Anno2004/PugliaSaluten%C2%B02%20PDF/013-014.pdf

http://www.francescabroccoli-psicologa.com/quando-i-figli-non-arrivano-aspetti-psicologici-della-sterilitagrave.html

 

 

La trappola del ricatto emotivo

LA TRAPPOLA DEL RICATTO EMOTIVO

A cura della

Dott.ssa Maria Cristina Zezza

ricatto emotivo

Quante volte ci è capitato di essere vittime (o autori) di ricatti emotivi per cui se non facevamo come voleva l’altra persona ci assaliva il senso di colpa o ci si prospettava qualche conseguenza terribile (essere abbandonati, non essere considerati bravi figli/partner/amici)?

Il ricatto emotivo è una forma subdola di manipolazione, per la quale il “manipolato” sente di non avere altra scelta che fare come viene richiesto dall’altro anche se questo non è nella sua volontà, sentendosi in qualche modo in trappola.

In qualsiasi modo venga espresso il ricatto, il messaggio sottostante è sempre lo stesso ovvero: se non mi darai quello che voglio te la farò pagare.

Il terreno su cui si muovono tutti i ricattatori è la paura che ha l’altro: paura di perdere la persona a cui si tiene, paura di essere respinti, paura di ferire, paura di non essere “buoni” partner/figli/amici. Il punto di leva è spesso e volentieri il senso di colpa.

Ci sono diversi tipi di ricatto emotivo che possono essere messi in atto:

  • La punizione: in questo caso la persona fa capire che se non si farà come vuole la relazione ne uscirà danneggiata. Ad esempio: “se stasera non vieni a trovarmi, non ti rivolgerò più la parola!”, “se fai così ti lascio”, “se fai cosi non ti faccio più vedere i bambini”, “se non fai gli straordinari non ti do la promozione”
  • L’autopunizione o senso di colpa: in quest’altro caso, la persona non minaccia la relazione, ma fa capire che se non si esaudirà il suo desiderio ne soffrirà molto e sarà solo per colpa nostra. Ad esempio: “se stasera non vieni a trovarmi, sarò sola davanti alla tv, e mi deprimerò”, “ se farai/non farai questa cosa sappi che mi farai soffrire”.
  • Il vittimismo: la persona in questo caso fa la parte della “vittima”, cioè di colei che ha sempre dato o fatto cose per gli altri e che non si vede tornare nulla indietro, cercando di suscitare sentimenti di colpa o compassione nell’altro. Ad esempio: “dopo tutto quello che ho fatto per te, dovrei meritarmi almeno una visita stasera”, o “ieri sera non hai risposto al telefono, non ho dormito tutta la notte, e oggi è stata una giornata bruttissima…”. (Rientrano in questa sfera, per il fatto di suscitare senso di colpa, anche coloro che ti ricordano che gli devi un favore, perché loro te ne hanno fatto uno tempo fa)
  • I seduttori: Si tratta del tipo più subdolo di ricattatori: sono quelli che incoraggiano, promettono amore o denaro o carriera e poi  chiariscono che, se non ci comportiamo come vogliono loro, non riceveremo nulla.

 

Le vittime dei ricatti emotivi sono spesso persone che hanno dei “punti deboli” che il manipolatore conosce e sui quali fa leva:

  • Bisogno di approvazione, che spinge a fare quello che vogliono gli altri (anche se diverso da quello che si vorrebbe fare) per poter essere apprezzati, stimati e amati.
  • Autosacrificio e sottomissione, per cui si è portati anche a ledere il benessere personale pur di non veder soffrire un’altra persona, o di andare incontro a conflitti e scontri.
  • Paura dell’ Abbandono, per cui si rinuncia al proprio benessere pur di non essere lasciati soli, pur di non perdere la relazione.

I ricatti fanno leva sui nostri timori più profondi, che spesso risultano da esperienze precoci e passate, che hanno instaurato in noi una certa modalità di relazionarci, e di vedere noi stessi. Chi finisce per cadere  più spesso nella trappola dei ricatti emotivi sono persone con poca stima di sé, con scarsa autonomia, e persone che sono sensibili al giudizio e approvazione degli altri.

 

COSA FARE?

Innanzitutto bisogna far capire al manipolatore che non cadremo nella sua trappola. È necessario chiarirgli che non pensiamo di essere una persona cattiva solo perché non ci pieghiamo al suo volere. Affermare con decisione che anche noi abbiamo dei bisogni e dei desideri e che ne abbiamo tutto il diritto. E’ importante mostrare alla persona che non abbiamo paura della sua minaccia e che siamo pronti ad affrontare le presunte conseguenze. Spesso, quando il ricattatore vede che non cediamo alle pressioni si rende conto che la sua strategia è inutile e l’abbandona. Ricordatevi che alla lunga fare qualcosa sotto ricatto genere tantissima frustrazione e porterà a sviluppare rancore verso chi ci sta manipolando e comunque non riusciremo a sentirci contenti e soddisfatti di noi anche quando stiamo esercitando un nostro diritto.

Infine, può essere utile rivolgersi ad un professionista con l’aiuto del quale sarà possibile apprendere modalità più equilibrate e benefiche di gestire le relazioni, mettere dei confini, rafforzare l’autostima, riconoscere ed esprimere adeguatamente i propri bisogni, incrementare l’assertività.

Molti si lasciano compatire atteggiandosi spesso a vittime per essere con più buona coscienza carnefici. (E.Rega)

 


bibliografia

 Forward S. (2001). Emotional Blackmail: When the People in Your Life Use Fear, Obligation, and Guilt to Manipulate You. Collins Publisher.


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